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Pace Gallery

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Pace Gallery

Ma quale crisi delle gallerie d'arte? Uno, il gallerista devi saperlo fare. Due, se mai è il modello che sta cambiando

Il ridimensionamento di Pace Gallery e la chiusura di realtà come Tiwani Contemporary non raccontano soltanto una fase di difficoltà economica. Segnalano una trasformazione più profonda: il progressivo superamento del modello della mega-galleria globale e il ritorno a strutture più agili, identitarie e specializzate. In parallelo cambiano i collezionisti, le geografie del mercato e le forme di consumo culturale. Rebecca Donaldson per Il Giornale dell'Arte

Lavinia Trivulzio

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Ma quale crisi della gallerie? Non c'è nessuna crisi in atto. Come infatti riporta il report di Art Basel sono più quelle che aprono di quelle che chiudono. Basta guardare a Milano negli ultimi due anni. È la crisi della loro scala. Quando una delle quattro grandi gallerie del mondo dichiara che il proprio modello di business è diventato "irrecuperabile", vale la pena ascoltare. La decisione di Pace Gallery di ridurre il personale di circa il 20% (si racconta anche del 30%), diminuire il numero di artisti rappresentati e ripensare parte della propria struttura immobiliare è il sintomo di una trasformazione che attraversa l'intero sistema dell'arte. Prima di raccontare qualsiasi litania e funerale è meglio informarsi. E partecipare agli eventi del sistema senza pontificare da trespolo di casa.

Per oltre vent'anni il mercato ha vissuto sotto il segno dell'espansione. La crescita sembrava l'unica direzione possibile. Nuove sedi internazionali, roster sempre più ampi, presenza capillare nelle fiere, dipartimenti specializzati, eventi, hospitality, editoria, digitale. La mega-galleria era diventata il modello vincente. Più grande significava più autorevole. Più globale significava più forte. Oggi, sicuramente, quel paradigma mostra le sue crepe. Marc Glimcher, amministratore delegato di Pace, ha descritto il modello fondato sull'espansione continua e sull'aumento dei prezzi nel mercato primario come non più sostenibile. È un'affermazione interessante perché arriva da uno dei protagonisti di quella stessa stagione (ereditata dal padre). La questione quindi non riguarda soltanto i costi immobiliari, il personale o le fiere. Riguarda la capacità stessa di mantenere un rapporto significativo con gli artisti e con il collezionismo. 

In questo senso la vicenda di Pace non è isolata. Nelle stesse settimane Tiwani Contemporary, importante galleria dedicata all'arte africana contemporanea, ha annunciato la chiusura della sede londinese. Altre realtà hanno chiuso, ridotto programmi, personale o partecipazioni fieristiche. Ma non siamo di fronte a un collasso del sistema, se mai a una sua riconfigurazione. Il nodo nevralgico è che il mercato non sta premiando più automaticamente la scala. Anzi, negli ultimi anni si è osservato il fenomeno opposto. Si consolidano le fiere boutique. Liste, PAD, Paris Internationale, Esther, Independent o Can Art Ibiza dimostrano come il contesto, la selezione e l'esperienza siano diventati parte integrante del valore. Il visitatore e il collezionista cercano ambienti più leggibili, relazioni più dirette, proposte più curate. È la stessa dinamica che attraversa il collezionismo contemporaneo. I nuovi compratori, spesso provenienti da India, Sud-est asiatico, America Latina o Medio Oriente, non acquistano soltanto opere. Acquistano esperienze, relazioni, contenuti culturali. Frequentano hotel di design, ristoranti, eventi, fondazioni, residenze. L'arte è diventata parte di un ecosistema più ampio.

Allo stesso tempo si sta consumando uno dei più grandi passaggi generazionali di ricchezza della storia contemporanea. Migliaia di miliardi di dollari stanno passando dai baby boomer alle generazioni più giovani. Cambiano i gusti, cambiano le sensibilità, cambiano le categorie collezionabili. Non è un caso che i collectibles siano diventati una componente strutturale del mercato. Gioielli, orologi, design, moda, memorabilia sportive, cultura pop e oggetti da collezione occupano oggi uno spazio che fino a pochi anni fa appariva marginale. Le performance di Heritage Auctions, l'espansione di Bonhams e la crescita di piattaforme ibride come Fair Warning testimoniano un ampliamento senza precedenti delle categorie considerate legittime dal mercato.

Anche la geografia si sta ridefinendo, Il Giornale dell'Arte lo ha testimoniato più volte su queste pagine. Parigi continua a rafforzarsi come capitale europea, mentre Londra mantiene una posizione resiliente. Art Basel Paris cresce di importanza relativa rispetto a Basilea. Il Brasile e l'America Latina mostrano una presenza sempre più forte nelle fiere internazionali. L'India consolida il proprio peso attraverso collezionisti come Kiran Nadar e nuove istituzioni. Il Sud-est asiatico emerge come una delle aree più dinamiche del decennio.

In questo scenario la grande galleria multinazionale non scompare. Gagosian, Hauser & Wirth, David Zwirner e la stessa Pace continueranno a occupare un ruolo centrale. Tuttavia il loro modello non rappresenta più necessariamente il futuro del settore. Forse il vero cambiamento consiste nel ritorno dell'identità come valore competitivo. Sapere chi si è, cosa si propone e a quale comunità ci si rivolge diventa più importante della semplice espansione quantitativa. Per anni il sistema dell'arte ha associato il successo alla crescita continua. Oggi sembra emergere una logica diversa. Non più la ricerca della dimensione massima, ma della dimensione giusta. Il mercato (e le nuove generazioni) stanno premiando identità, specializzazione, comunità e qualità dell'esperienza molto più della semplice espansione geografica. E questa potrebbe essere la trasformazione più importante del mercato dell'arte nel 2026.

Lavinia Trivulzio, 20 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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