Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Velasco Vitali, «Ritratto di Marco Vallora», 1997 (particolare)

© Velasco Vitali

Image

Velasco Vitali, «Ritratto di Marco Vallora», 1997 (particolare)

© Velasco Vitali

Marco Vallora e la critica come stile di vita

A tre anni dalla sua scomparsa, una raccolta di scritti ripercorre le turbolenze di una prosa unica: da Barthes a Lotto, da Pontormo a Pasolini, lo scrittore e critico d’arte torinese ridefinisce la saggistica come esperienza estetica

Nicola Davide Angerame

Leggi i suoi articoli

Ognuno di noi ha un proprio posto nel mondo e ognuno lo occupa con una postura, che a volte è soltanto una posa, ma anche sempre un modo di esser esposto: il che lo rende unico, dentro un genere. Marco Vallora (1953-2022) non ha semplicemente scritto d’arte: ha incarnato la critica stessa come azione performativa. La pubblicazione di Marco Vallora. Scritti. Come se la parola dipingesse (Electa) mette in luce la libertà di gesti artisticamente unici trasformati in una prosa che apre voragini di senso, sfida la superficialità, esige di essere abitata fino all’ultimo respiro. In questo volume, curato da Giorgio Agamben, Marcello Barison e Monica Ferrando, Vallora ci conduce tra le pagine di conferenze e saggi dedicati al Pontormo e a Lorenzo Lotto ma anche agli amati Roland Barthes, di cui tradusse L’Impero dei segni, e il Baudelaire critico dei Salons, precursore di ogni astuzia recensoria. Il libro si avvale di un bellissimo progetto grafico curato da Leonardo Sonnoli e, unica menda, manca di un indice di luoghi e nomi. Dotato di cultura e memoria estreme, Vallora peregrina, qui, tra le fotografie di Nadar, le sculture di Rodin e le magnificenze letterarie di Proust, Cocteau, Mallarmé o del pasoliniano Petrolio. 

In ogni suo saggio, l’aggettivazione si arricchisce di sorprese, talvolta vernacolari, la prosa talora arranca o precipita in un torrente di immagini e riferimenti, per poi risalire a labirinti di pensiero. In postfazione, Nicola Lagioia ne ricorda la vocazione all’evasione: «Fuggi», lo esortò un giorno Vallora, influenzando per sempre il suo destino professionale. Non era solo un consiglio, era una filosofia di vita, una disposizione esistenziale. Le memorie innamorate del filosofo Marcello Barison, come «quel suo tipico entrare in stato di disperato corruccio, gemebonda meditazione», richiamano, in conclusione di questo libro che è un’avventura, alcune posture tipiche che hanno connotato la posizione nel mondo di Marco Vallora; come quando in «mirabolanti conferenze-fiume (…), visitato da una passione incontenibile, parlava per lunghi tratti a occhi chiusi, il palmo ancora una volta a puntellare la fronte, come a sostenere, su un ipotetico leggio interiore, il gobbo invisibile del suo stream of criticism». Chi lo ha conosciuto, gli ha spesso perdonato un capriccio, sapendo quanto lui per primo sapesse tormentare sé stesso. Come ricorda Francesco Maria Colombo, «aveva persino una cadenza tutta sua nell’esercizio e nella fonazione della querimonia prima di estorcersi il pezzo, la pagina critica sofferta ma perfetta».

Professor Agamben, lei ha firmato una densa e affettuosa introduzione al volume dedicato a Marco Vallora: quando vi siete conosciuti e come?
Ho conosciuto Marco a Urbino all’inizio degli anni Ottanta, quand’era poco più che un ragazzo. Ricordo che mi colpì una sua citazione da Antonio Delfini, uno scrittore straordinario, che non è mai riuscito a ottenere il riconoscimento che avrebbe meritato. Vista retrospettivamente, quella citazione mi pare contenere una sorta di profezia. Uno degli enigmi di Delfini è la poesia incomprensibile che chiude il suo racconto più bello, «Il ricordo della Basca», che comincia con i versi: «Ene Izar maitea/ ene charmagarria/ icilik zure ikhustera/ yten nitzaitu leihora» («Mia amata Estrella/ mia incantevole/ Mi sono nascosto alla tua vista/ Ho guardato dalla finestra», Ndr). Si era sempre pensato che si trattasse di una glossolalia, di una lingua inventata da Delfini, fino a quando mi accadde di scoprire che era in realtà scritta in purissima lingua basca. Anche la prodigiosa e a volte quasi esorbitante invenzione linguistica che definisce la maniera di Marco è in realtà scritta in perfetto italiano.

Nel suo testo introduttivo, lei accenna alla glossolalia di Vallora che recupera e aggiorna la grande maniera di scrittura di Roberto Longhi: secondo lei si tratta più di un senso della musicalità che Vallora ha per la lingua oppure riguarda piuttosto il tentativo di coniare-parlare una lingua mistica capace di decifrare il divino (l’immagine silente) e di essere essa stessa decifrabile dai «confratelli», come vuole il significato originario del termine glossolalia?
Non credo che si tratti di una ricerca della musicalità della lingua, a meno di non vedere nella musica una sorta di naufragio della comunicazione linguistica. Nemmeno si tratta, come nel suo maestro Roberto Longhi, di cercare un equivalente letterario dell’opera d’arte figurativa. Mi pare che per Marco si tratti piuttosto di sospendere per un attimo l’intellegibilità della lingua per far guizzare in quel breve vuoto l’alterità della pittura nella sua assoluta irriducibilità alla parola. È come se il linguaggio, moltiplicando i vocaboli rari e scompaginando i nessi sintattici, si togliesse di mezzo per lasciar apparire il non linguistico. Del resto, come Barison ha mostrato molto bene nel saggio che conclude il volume, Marco faceva questo anche nella vita: l’esibizione querimoniosa di una maniacale stravaganza e di una totale estraneità agli aspetti pratici dell’esistenza era come motivata da un’ansia di sparizione, di far posto a qualcos’altro, che però era ancora lui stesso, una sua seconda natura.

Prima di diventare, lei stesso, riferimento principale del pensiero biopolitico, si è occupato di estetica: che cosa è diventata oggi, in tempi di IA, questa disciplina e che cosa condivideva di essa con Vallora?
L’estetica mi è sempre parsa il modo più fuorviante di avvicinarsi all’opera d’arte e credo che Marco, che pure si era laureato in estetica con Gianni Vattimo, condividesse in qualche modo questa opinione. In ogni caso, la sua pratica di scrittura non si lascia certamente iscrivere in questa disciplina. E non è meno estranea all’Intelligenza Artificiale, che in fondo, in una sorta di estremo averroismo, vorrebbe pensare il pensiero senza un soggetto. La sparizione di Marco era invece una sorta di fantastica moltiplicazione della sua soggettività.

Vallora attraversava l’opera d’arte con una scrittura che pareva partecipare dello stesso gesto creativo. Le sue prose, spesso turbolente e affilate, evocano per certi versi una critica performativa, incarnata, che lui stesso evoca nel testo dedicato all’ipocondriaco Pontormo. Lei ritiene che questo tipo di scrittura abbia ancora un ruolo nel nostro tempo?
Il saggio sull’«immaginifico ipocondriaco», come Marco definisce Pontormo, è un esempio perfetto del gesto critico di Marco. Nella «litania penitenziale» e nell’«abietto regesto delle miserie mingherline dell’uomo», meticolosamente annotate in quel documento davvero enigmatico che è il Libro mio di Pontormo, Marco trova esemplarmente la via per meglio penetrare nella pittura «assediata e torturata» del maestro fiorentino. Sì, sono convinto che, per quanto eccentrica, la scrittura di Marco abbia ancora molto da dire al nostro tempo.

Marco Vallora. Scritti. Come se la parola dipingesse
a cura di Giorgio Agamben, Marcello Barison e Monica Ferrando, 528 pp., ill., Electa, Milano 2025, € 39

La copertina del volume

Nicola Davide Angerame, 29 novembre 2025 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

A tu per tu con il grande artista inglese in occasione della mostra da Tucci Russo a Torre Pellice 

Venticinque anni con la «notte dell’arte», le colazioni d’arte firmate Lavazza e un progetto di scambio con Palma di Maiorca

La mostra, concepita come un «labirinto di luce», si configura come vivida esperienza onirica per il regista cinque volte premio Oscar

Nel suo recente libro il filosofo pensa il pittore come artista teofanico e testimone del reale

Marco Vallora e la critica come stile di vita | Nicola Davide Angerame

Marco Vallora e la critica come stile di vita | Nicola Davide Angerame