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Statuette di varia provenienza della collezione di Sigmund Freud, visibili nel museo londinese a lui dedicato

Freud Museum, Londra

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Statuette di varia provenienza della collezione di Sigmund Freud, visibili nel museo londinese a lui dedicato

Freud Museum, Londra

Bredekamp racconta un Freud «eretico», collezionista compulsivo e analista iconico

Nello studio di Vienna, tra idoli e reperti, prende forma il volto nascosto del padre della psicoanalisi

Nicola Davide Angerame

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Nello studio di Berggasse 19, a Vienna, Sigmund Freud accoglie i pazienti circondato da una folla silenziosa di statuine, idoli e reperti archeologici. Figure egizie, greche, romane e orientali, ammassate su mensole, pareti, teche e sulla scrivania. Quei simulacri non sono un ornamento, ma presenze operative, oggetti di transfert, catalizzatori di simboli, strumenti di pensiero. Freud abita le immagini, eppure la storia della psicoanalisi lo ha consegnato a noi come il medico della parola, scevra da ogni altro strumento analitico possibile.

Ci sono libri che riorientano un sapere intero. Immagini che curano. La psicoanalisi visiva di Sigmund Freud è uno di questi. Il suo autore, Horst Bredekamp, uno dei più autorevoli storici dell’arte europei, già vincitore del Sigmund Freud Preis nel 2001, adopera testi, lettere e testimonianze anche visive per dimostrare come la psicoanalisi nasca dentro una costellazione di immagini. Usa anche i preziosi taccuini di Freud scoperti nel 2015 e ora conservati alla Library of Congress di Washington.

Freud confessa di aver «letto più di archeologia che di psicologia» e modella il suo studio sull’esempio del «maestro» Jean-Martin Charcot, neurologo, grande collezionista e bibliofilo che aveva trasformato la clinica della Salpêtrière a Parigi in un laboratorio visivo. Per tutta la vita nutre un’ossessione per il «Mosè» di Michelangelo, a cui dedica due scritti, nel 1914 e nel 1938; è l’ultimo saggio della sua vita. L'incontro è casuale quanto decisivo, in una città come Roma che per lui è croce e delizia: «Sono stato in chiesa, l’ho studiata, misurata, disegnata», scrive della scultura nel 1913. Quella mano che trattiene le Tavole della Legge e la barba sospesa tra quiete e scatto, diventano per lui enigma morale. Il legislatore che domina l’ira lo incalza a fare altrettanto con il discepolo Jung divenuto un adulatore di idoli, lo psicologo delle immagini. La rottura con lui è un trauma che Freud elabora nella pietra, in una statua che riproduce un’intera sequenza di movimenti interiori ed esteriori. Si tratta di un vero film sull’animo umano, per un Freud che, seppur attratto dal cinematografo, rifiuta due proposte da Hollywood e lascia che sia Georg Wilhelm Pabst a realizzare senza il suo aiuto, nel 1926, il primo film sulla psicoanalisi, «I misteri di un’anima».

Quindici anni prima del «Mosè», Freud aveva già iniziato la sua collezione. «Queste anticaglie mi mettono di buon umore», annota nel 1907. Le compra compulsivamente nei viaggi in Italia, da antiquari come Mancini o Testolini, o dai contadini che scavano nei campi. Spende il Goethe-Preis del 1930 quasi interamente in statuette. Arriva ad averne quasi tremila. «Durante le vacanze mi pesa separarmi da loro», confida alla nipote. Nello studio le dispone senza ordine, secondo quella «attenzione fluttuante» che prescrive ai medici: ciò che è «sconnesso e disposto in caotica confusione» diventa occasione di scoperta. 

Freud parla, tocca, osserva; comunica con le statue come con i pazienti. La poetessa Hilda Doolittle, che lo incontra a Vienna nel 1933, racconta che durante l’analisi egli si muove tra le sale in un «trialogo» che include queste presenze come strumenti per suscitare idee e visioni provenienti dalle profondità dell'inconscio.

La sua collezione «era il suo secondo io», conclude Bredekamp. Ma perché Freud tace sul proprio rapporto con le immagini? Lo fa per distinguersi da Charcot, per evitare l’accusa di feticismo e, soprattutto, per non ammettere la prossimità con Jung. Il paradosso è che, occultando la propria pratica visiva, finisce per confermare la sua stessa teoria del feticismo.

La conclusione di Bredekamp, che nel 2024 è stato nominato dal Presidente Sergio Mattarella Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, guarda al presente: «Grazie alla capacità di analizzare le immagini e di riconciliarsi con esse passando attraverso la critica iconica, forse il metodo freudiano ha ancora davanti a sé le sue sfide più grandi, e le sue più grandi possibilità».

 

 

Immagini che curano. La psicoanalisi visiva di Sigmund Freud, di Horst Bredekamp, traduzione di Simone Aglan-Buttazzi, 192 pp., Raffaello Cortina Editore, Milano 2025, € 20,00

 

Lo studio di Freud a Vienna, in Berggasse 19. L’immagine è del 1938

Freud era ossessionato dal «Mosè» di Michelangelo al quale dedicò due scritti, nel 1914 e nel 1938

Nicola Davide Angerame, 28 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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