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Nicola Davide Angerame
Leggi i suoi articoliAntonio Marras è sempre stato un irregolare. Nato nell’enclave catalana di Alghero, è entrato nel sistema moda come un corpo estraneo, per poi uscirne di continuo, sconfinando nell’arte, nel teatro, nell’editoria d’artista e presto nel cinema. Marras ha da poco ricevuto il Premio Ubu 2025 e presenta da Prearo Editore a Milano un libro d’artista realizzato in 50 esemplari dipinti a mano che confermano la sua pratica vorace e refrattaria a ogni etichetta. Si tratta di un volume prezioso, composto da 25 quartini dipinti a mano dall’artista in una tiratura limitata di 50 copie, prodotto con carta filigranata; la copertina è stata realizzata con stoffe appositamente create da lui. Ogni esemplare del volume è simile, ma unico. Partendo da una struttura base, Marras è intervenuto manualmente su ogni pagina, creando un paradosso: le copie sono tutte uguali, ma in realtà irripetibili. Il volume è il frutto di una profonda intesa e di una sfida creativa tra i due protagonisti, Marras e l’editore d’arte Giampaolo Prearo, che ha plasmato la storia dell’editoria d’arte contemporanea dagli anni Settanta ad oggi: ogni copia del libro è un oggetto irripetibile, intriso di ossessione ed eleganza poetica. L’alto costo è pertanto giustificato, poiché si tratta di un oggetto d’arte prezioso.
Antonio Marras, come nasce questo libro?
Dopo aver realizzato un volume con Giuseppe Penone, Giampaolo Prearo mi chiede di farne uno mio. Non sapevo da dove partire, così inizio a fare ritagli e collage su ogni pagina, senza sapere che cosa sarebbero diventati. Nasco minimalista e mi sporco nel corso del processo creativo, che per me è fatto di errori, avanzi e dimenticanze.
Che cosa ha messo, o tolto, di lei in questo volume?
Non ho messo nulla di me, non voglio neppure incontrarmi. Mia madre mi dette il nomignolo di «mai cuntentu». Forse ho messo cose di cui tento di liberarmi.
Come in «Nulla dies sine linea», la mostra del 2017?
Prima di quella mostra in Triennale ero considerato un creativo ibrido. Lì portai quel che avevo raccolto nel tempo, 480 pezzi appesi, lavori non firmati, non datati, usciti dai cassetti. Mi mettevo a nudo, mostrando la mia ossessione per i disegni e per i pasticci.
Com’è nata la sua recente mostra ad Ascoli, alla Fortezza Malatesta?
Da un invito, ma sembrava impossibile da realizzare. Poi ho scoperto i depositi della fortezza, con resti di statue e oggetti terremotati. Così li ho presi e messi in dialogo con le mie cose, usando frammenti, legni e casse. C’era perfino una Madonna incellofanata. A me interessano molto i luoghi, mi piace giocarci.
Che cos’è l’arte per Marras?
Posso dirti che cosa non è: non è una cura, è una malattia. Cerchi un antidoto, ma in fondo non vuoi trovarlo. È un lavoro che comporta una grande solitudine, ma non è negativa, è incisiva.
La moda, oggi?
Per me è un pretesto, mi considero uno «prestato agli stracci». Nella mia moda c’è sempre un’idea, uno storytelling, non è mai soltanto moda. La cosa, bella e brutta, è che in ogni sfilata ti giochi tutto in 15 minuti appena, senza possibilità di replica. Il sistema è spietato, avrebbe bisogno di tempo.
Che cosa cerca quando disegna un abito?
Procedo senza sapere e mi ritrovo che taglio, assemblo, cucio e raccolgo avanzi. L’errore, che per gli altri è scarto, per me è inizio.
Ha vinto il prestigioso Premio Ubu; che cosa rappresenta per lei il costume teatrale?
Quando lavoro cerco di entrare in una bolla, che è quella in cui vivo proprio quando, da spettatore, vado a teatro o al cinema. Il costume teatrale mi interessa quando diventa parte integrante del lavoro. Tutto nasce spesso di getto, credo nelle coincidenze e nel fato, nell’incoscienza dell’atto creativo.
Antonio Marras. Deviazioni
introduzione di Francesca Alfano Miglietti, 25 quartini su carta a mano filigranata, stampato in 50 esemplari, Prearo, Milano 2025, € 3.000
La copertina del volume
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