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Giuseppe M. Della Fina
Leggi i suoi articoli«Un archeologo è il miglior marito che una donna possa avere: più lei invecchia, più lui s’interessa a lei», l’osservazione è attribuita ad Agatha Christie (1890-1976), che, in effetti, un archeologo sposò, in seconde nozze, nel 1930. Si trattava di Max Mallowan (1904-78), specialista di archeologia del Vicino e Medio Oriente, che insegnò a Londra e a Oxford e fu direttore della British School of Archaeology in Iraq. I due si erano conosciuti sugli scavi dell’antica città di Ur che Sir Leonard Woolley stava conducendo e a cui Mallowan, non ancora trentenne, collaborava. La scrittrice già affermata aveva raggiunto lo scavo dopo la separazione tempestosa dal primo marito, Archibald Christie, e con la volontà di allontanarsi dall’Inghilterra e dall’Europa. La rottura del rapporto, avvenuta nel 1928, si era accompagnata alla sparizione della donna per alcuni giorni: venne ritrovata in un albergo nello Yorkshire, dove si era registrata singolarmente con il nome della rivale.
Il clamore fu grande: il caso venne chiuso con una diagnosi di amnesia provvisoria. Dagli anni Trenta, l’archeologia entra nella sua produzione letteraria: fa da sfondo in vari suoi libri, compreso uno dei più noti e di successo: Poirot sul Nilo (1937), anche se va detto che affiora già nel racconto La maledizione della tomba egizia (1924), ispirato probabilmente dalla scoperta della tomba di Tutankhamon da parte di Howard Carter nel 1922. In due libri, invece, è in primo piano: Non c’è più scampo (Murder in Mesopotamia), pubblicato nel 1936, e Viaggiare è il mio peccato (Come, Tell Me How You Live), stampato nel 1946. Libri diversi tra loro: il primo è un classico giallo con Hercule Poirot in azione, l’altro un libro di ricordi.
Non c’è più scampo è ambientato in una località della Mesopotamia dove archeologi stanno riportando alla luce un’antica città sotto la direzione di Eric Leidner. La persona uccisa, e sulla cui morte Poirot indaga, è proprio la sposa di Leidner, che si vuole ispirata dalla figura reale di Katherine Wolley, moglie del responsabile degli scavi di Ur. In queste pagine Agatha Christie ironizza sul mestiere dell’archeologo e, in fondo, sulla sua nuova passione; alla voce narrante fa affermare: «Non me ne intendo di archeologia, io, e non ci tengo a intendermene. Mi pare tempo perso, occuparsi di popoli e persone sepolti da millenni». E, ancora, mentre uno dei collaboratori della missione di scavo le illustra il palazzo che si sta riportando alla luce, osserva: «Non riuscii a vedere altro che fango. Polverosi muri di fango secco alti poco più di mezzo metro: ecco tutto!».
Nell’altro libro, iniziato a scrivere prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale e ripreso in mano dopo quattro anni di guerra, racconta invece la sua esperienza diretta in alcune campagne di scavo a cui aveva scelto di partecipare seguendo il marito nel Vicino e Medio Oriente. Nelle pagine c’è il racconto delle fasi di uno scavo archeologico: le prospezioni iniziali per individuare il sito più idoneo; lo scavo vero e proprio; la pulizia e l’inventariazione dei reperti rinvenuti; la documentazione fotografica, a cui provvedeva di persona; il primo inquadramento storico artistico; la spedizione di una quota parte degli oggetti scoperti al British Museum, secondo una prassi seguita al tempo. La scrittrice presta un’attenzione notevole anche al paesaggio intorno alle aree archeologiche e, soprattutto, alle persone (la colpiscono, in particolare, le donne curde per fierezza e indipendenza) che s’incontrano. Come ogni archeologo dovrebbe fare, aggiungo.
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