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Giuseppe M. Della Fina
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L’interesse di Henri Beyle, ovvero Stendhal, per gli Etruschi è noto. In Rome, Naples et Florence (1817 e poi 1826) ricorda che la sua immaginazione l’aveva portato indietro nel tempo di 21 secoli e si era sentito indignato verso i Romani per avere attaccato le città dell’Etruria che erano loro superiori per cultura, per ricchezza e soprattutto: «per l’arte di essere felici». Aggiunge che la loro sconfitta era stata una disgrazia per l’Italia e per l’Europa: «È come se venti reggimenti di cosacchi venissero a saccheggiare il boulevard e a distruggere Parigi».
Di conseguenza si può immaginare di scoprire antichità etrusche nelle pagine dei romanzi e dei racconti del grande scrittore francese. Così, in effetti, è.
La nostra attenzione si concentra su un testo poco noto Les tombeaux de Corneto scritto nel marzo del 1837 e pubblicato postumo nella «Revue des deux mondes» nel 1853. Vi ironizza, tra l’altro, sull’archeologia: «Per essere ammesso d’altronde nel novero così rispettabile degli archeologi, bisogna sapere a memoria Diodoro Siculo, Plinio e una dozzina di altri storici; in più bisogna aver abiurato ogni rispetto per la logica».
In Italia il testo è stato riproposto in un volumetto, Le tombe di Corneto, pubblicato nel 1983 in occasione delle manifestazioni per il secondo centenario della nascita dello scrittore con una premessa di Gian Franco Grechi. Va detto subito che Corneto è stato il nome di Tarquinia sino al 1922.
Lo scrittore ebbe modo di osservare le celebri tombe dipinte, ovviamente quelle che erano state scoperte al suo tempo, negli anni in cui fu console di Francia a Civitavecchia, tra il 1831 e il 1842. Nel soggiorno, intervallato da periodi anche lunghi trascorsi a Parigi e a Roma, ebbe occasione di conoscere e frequentare l’antiquario Donato Bucci e l’erudito Pietro Manzi che lo avvicinarono ulteriormente al mondo etrusco.
Né si deve dimenticare che ebbe modo di entrare in relazione con Luciano Bonaparte, principe di Canino, che, dal 1828, aveva avviato fortunate campagne di scavo nelle sue proprietà e che stavano riportando alla luce alcune necropoli della città che venne riconosciuta poi come Vulci. Nel testo, che stiamo analizzando, Stendhal ricorda tali ricerche e l’incontro con padre Maurizio da Brescia, che affiancava il principe nelle indagini.
Lo scrittore osserva con curiosità e interesse le tombe tarquiniesi e osserva che presentano affreschi ben conservati e assai vivaci al momento in cui vengono scoperte. Osserva inoltre che sono nascoste sotto terra e sono ricavate nella pietra tenera della zona. Ciò gli fa affermare che: «i Romani cercavano di mettere in mostra le loro tombe, gli Etruschi a nasconderle». Riteneva che il sepolcro fosse una gloria mondana per i primi, l’adempimento di un rito per i secondi.
Ricorda che, al loro interno, accoglievano un corredo funerario e lo colpisce il fatto che, al momento della scoperta, alcuni vasi erano ancora sospesi a chiodi piantati nelle pareti. In anni in cui il mercato di antichità era fiorente non tralascia di segnalare nemmeno che il ritrovamento di una tomba può rendere molto sotto il profilo economico allo scopritore.
Sappiamo con certezza che Stendhal ebbe la possibilità di vedere al lavoro Carlo Ruspi mentre effettuava copie degli affreschi rinvenuti. Lo ricorda espressamente e testimonia che il pittore era attento a rispettare il disegno e i colori originali non avendo voluto modificare nemmeno le mani: «che rassomigliano del tutto a zampe di ranocchi». Un suggerimento che forse lo scrittore aveva dato.
Un lavoro di cui riconosce l’importanza facendo osservare che i colori degli affreschi erano sbiaditi in maniera notevole dopo tre anni e che, in un caso, una figura era scomparsa del tutto.
Una curiosità finale: Giovanni Colonna ha riconosciuto la descrizione della decorazione pittorica della Tomba del Tifone in un passo di una lettera inviata dallo scrittore al cugino Romain Colomb (25 febbraio 1833). Per l’archeologa Sara Nardi è possibile che Stendhal abbia partecipato allo scavo della medesima tomba avvenuto tra la fine del 1832 e l’inizio dell’anno successivo.
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