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Mimmo Jodice, «Atleti da Ercolano», 1986, Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

© Mimmo Jodice Studio

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Mimmo Jodice, «Atleti da Ercolano», 1986, Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

© Mimmo Jodice Studio

Mimmo Jodice, novello Ulisse a Matera

A Palazzo Lanfranchi, prima della tappa in Marocco, esposte 83 opere, di cui 68 stampe vintage, appartenenti alla serie «Mediterraneo» della collezione «I Cotroneo, Roma»

Anna Saba Didonato

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Siamo abituati a pensare al Mediterraneo come alla culla di antiche civiltà e del pensiero filosofico, luogo del mito e della storia, crocevia di commerci, popoli e culture. Ma quel mare tra le terre, che fa da cerniera tra Africa, Asia ed Europa, da secoli è scenario di guerre, conquiste e incursioni. E ancora oggi è il luogo in cui si giocano le sorti del mondo, in cui si addensano le tensioni geopolitiche internazionali e i molteplici interessi connessi. Dall’accesso alle risorse energetiche al controllo delle rotte commerciali, dalla gestione dei flussi migratori alla questione della sicurezza. E da cui scaturiscono conflitti e inqualificabili atti di sopraffazione che rischiano di mettere a repentaglio l’idea di umanità e la sua stessa sopravvivenza. Di qui l’importanza di ripensare al Mediterraneo, anche attraverso ponti culturali e di dialogo tra paesi lontani, per tornare a quelle radici storiche comuni da cui tutto ha avuto inizio. Opera in tal senso l’istituzione della Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo, voluta dall’Unione per il Mediterraneo (UpM) e dalla Fondazione Anna Lindh per promuovere la cooperazione, l’integrazione e lo scambio culturale tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. La nomina binaria del 2026 (ogni anno vengono scelte due città, una della sponda nord, Europa, e una della sponda sud, Nord Africa, Medio Oriente) vede Matera e Tétouan impegnate per l’intero anno in attività artistiche e culturali congiunte. Tra queste, spicca la mostra «Mimmo Jodice. Mediterraneo», a cura di Carlo Sala, ospitata presso Palazzo Lanfranchi dei Musei Nazionali di Matera, dal 7 luglio all’8 novembre, e che successivamente approderà al Centre d’Art Moderne di Tétouan in Marocco dall’inizio di dicembre a metà febbraio 2027. La mostra è promossa dall’Unità di Missione per la Cooperazione culturale con l’Africa e il Mediterraneo allargato del MiC, in collaborazione con il Comune di Matera, la Fondazione Matera Basilicata 2019, il Museo Nazionale della Fotografia (Munaf) e lo Studio Jodice, con la consulenza scientifica della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Questa importante mostra del grande maestro della fotografia italiana (Napoli, 1934-2025) è anche l’occasione per raccontare il suo Mediterraneo, a oltre vent’anni dalla mostra presso il Philadelphia Museum of Art nel 1995, che contribuì alla sua fama internazionale. Sono visibili 83 opere, di cui 68 stampe vintage ai sali d’argento su carta baritata con viraggio al selenio, realizzate dall’autore tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, appartenenti alla serie «Mediterraneo» della collezione «I Cotroneo, Roma». A cui si aggiungono, tra le altre, 5 opere di grande formato della serie «Danzatrici». «Mimmo Jodice, come un novello Ulisse, ha compiuto un articolato viaggio alla ricerca di una “casa” comune della civiltà mediterranea, illustra il curatore. La mostra propone delle immagini che oggi appaiono come il massimo grado di maturità estetica di un fotografo che, dopo decenni di impegno in quanto parte di un corpo collettivo, sente il bisogno di percorrere una strada introspettiva dove le sue visioni paesaggistiche e archeologiche sono il veicolo per condurci a una dimensione immaginifica». Il Mediterraneo scorre nelle vene di Jodice, autore dello straordinario racconto che muove dai luoghi delle sue origini, Paestum, Pompei, Cuma e Baia, a cui rimase sempre legato, spaziando poi dalla Grecia alla Turchia, dalla Giordania alla Tunisia, dalla Francia alla Libia. Scenari archeologici che risentono del rovinismo piranesiano, frammenti di mosaici o di statuaria classica in cui il peso dell’assenza rende ancor più intensa la presenza di ciò che non è. Statue e sculture che si animano per un frammento di secondo, attraversate da un afflato vitale, catturato dall’artista prima di essere esalato. Ne sono esempio eloquente gli «Atleti da Ercolano», conservati al Museo Archeologico di Napoli (MANN), fotografati dall’artista in «Polittico Opera I», e da cui ha preso avvio la ricerca sul Mediterraneo, come riferisce Carlo Sala nel saggio curatoriale. O i volti di statue, come quelli delle teste maschili bronzee del MANN, che «si caricano di un’umanità palpitante».

Mimmo Jodice. Ph. Daniele Ratti

«Oltre alla fase di ripresa, nelle opere di Jodice è fondamentale il lavoro in camera oscura, attraverso un agire tra l’artigiano e l’alchimista, nel rendere i neri così profondi al punto da condurre nella dimensione dell’ignoto e i bianchi così intensi e luminescenti da divenire accecanti, aggiunge Sala. Taluni effetti sono ottenuti maneggiando sapientemente l’ingranditore, avvicinandolo e allontanandolo dalla carta sensibile, conferendo così un senso dinamico all’immagine dove si creano delle inaspettate epifanie visive». La narrazione, pur avendo soggetti di matrice archeologica, non è documentaria, annulla epoche e periodizzazioni assumendo una prospettiva assoluta, sciolta da storicizzazioni. Tutto diventa contemporaneo, benché stratificato.

«Il Mediterraneo con i suoi paesaggi, le sue vestigia, i suoi volti e tutta la sua ricchezza visiva è stato per me uno stimolo (…). Gli stimoli della sua storia sono numerosi, forse anche troppo. Ma io non sono uno storico e non ho mai inteso illustrare l’archeologia. Ho cercato, al contrario, di ritrovare connotazioni extratemporali, esenti da qualsiasi geografia»: le parole dell’artista sono riportate dallo scrittore Predrag Matvejević nel suo testo presente in Mediterraneo, libro pubblicato nel 1995 dalla casa editrice Aperture, in occasione dell’omonima mostra presso il Philadelphia Museum of Art. Riedito da Marsilio per la mostra materana, oltre al testo citato, include un contributo di Salvatore Settis e il saggio curatoriale di Carlo Sala. Le opere più introspettive della serie «Mediterraneo» sono quelle che ritraggono il mare, forse lo scenario archeologico più antico, insieme al cielo. In cui la componente umana non è contemplata. In cui regna il silenzio metafisico. «Ho guardato al mare cercando di assumere lo stesso sguardo che probabilmente ebbero gli uomini migliaia di anni fa, riferisce Jodice in La Camera incantata, in una conversazione con Isabella Pedicini. Ho guardato ad esso con gli occhi delle popolazioni antiche rintracciando nell’elemento acquatico l’origine ancestrale del mito e della civiltà». Quell’acqua, custode di memorie, archivio di storie passate e future, di tragedie e rinascite, è anche limite e orizzonte da cui ripartire. Per ritrovarsi e ritrovare il proprio posto nel mosaico di culture mediterranee, in cui ogni singolo pezzo è importante per completare l’insieme.

Anna Saba Didonato, 06 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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