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Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliNella Milano che continua a interrogarsi sul proprio ruolo di capitale simbolica del contemporaneo, la moda italiana sembra aver scelto con decisione la via del mecenatismo strutturato. Non più gesto accessorio, non più semplice ornamento reputazionale: l’investimento in arte e cultura diventa architrave industriale. A dirlo è lo studio presentato da Deloitte, che fotografa un settore in trasformazione profonda: il 66% delle aziende della moda in Italia è oggi attivamente impegnato in attività culturali, mentre il 68% investe nella tutela dell’heritage e dell’artigianato.
Il dato, di per sé eloquente, acquista ulteriore densità se collocato nello spazio che lo ha accolto: la ex Chiesa di San Paolo Converso, oggi Galleria Deloitte, uno di quei luoghi milanesi dove la stratificazione storica dialoga con la progettualità contemporanea. Qui, durante l’evento «Mecenati di Moda», ideato da Fabiana Giacomotti, si è composto un mosaico di voci – istituzionali, artistiche, imprenditoriali – a testimonianza di un ecosistema che si va consolidando.
Il punto non è più se la moda debba dialogare con l’arte ma come e con quali strumenti. Academy aziendali, fondazioni, musei d’impresa, partnership con istituzioni culturali: la cassetta degli attrezzi si è ampliata, raffinata, professionalizzata. E soprattutto si è integrata. Oltre la metà delle aziende (54%) combina investimenti in cultura e artigianato, delineando una strategia che non separa più il gesto creativo dalla sua radice produttiva. In questo scenario, il concetto di heritage diventa leva competitiva, infrastruttura viva che consente la trasmissione del sapere e il ricambio generazionale. La moda italiana, in altre parole, non custodisce il passato ma loattiva.
A emergere è anche una crescente consapevolezza sul piano della responsabilità. Il 71,4% delle aziende impegnate in ambito culturale pubblica report di sostenibilità o di impatto, segnale di un allineamento progressivo alle logiche ESG. Tuttavia, la sfida – come sottolineato durante l’incontro – resta quella di costruire sistemi di misurazione più sofisticati, capaci di tradurre il valore culturale in metriche condivise senza impoverirne la complessità.
Non sorprende, allora, che l’interesse internazionale verso l’Italia resti alto. I grandi player globali continuano a investire non solo nella filiera produttiva ma anche nel capitale simbolico del Paese: un patrimonio fatto di competenze, territori, immaginari. In questo contesto, le collaborazioni tra artisti e maison si configurano come veri dispositivi di valore, tanto creativo quanto economico. Ma, come ogni dispositivo complesso, richiedono governance: chiarezza contrattuale, visione di lungo periodo, equilibrio tra libertà artistica e obiettivi commerciali.
Le parole di Fabio Pompei, CEO di Deloitte Central Mediterranean, e di Barbara Tagliaferri, Head of Arts & Culture e Chief Brand & Communications di Deloitte, restituiscono bene questo passaggio: la cultura non è più un ambito ancillare ma uno spazio di convergenza tra impresa e società. E, in fondo, è proprio questa convergenza a ridefinire il perimetro stesso della moda. Scorrendo i nomi degli artisti e dei protagonisti intervenuti – da Michelangelo Pistoletto a Alessio Vannetti e Jacopo Bedussi, passando per Angela Missoni e Gian Maria Tosatti – si coglie la natura corale di questa trasformazione, una mutazione strutturale. La moda italiana, sembra suggerire l’indagine, sta diventando qualcosa di più di un’industria: un sistema culturale integrato, capace di produrre senso oltre che valore ed è proprio in questa capacità – fragile, complessa, inevitabilmente contraddittoria – che risiede la sua rinnovata centralità.
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