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Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliDurante Art Basel Qatar, dal 5 al 7 febbraio, Molteni&C sceglie di presentare per la prima volta in uno store la Gio Ponti Objects Collection, un'iniziativa che parla di geografie culturali, di strategie industriali e, soprattutto, di come oggi si possa – o si debba – abitare un archivio. Molteni arriva a questo appuntamento con una storia che pesa. Fondata nel 1934 come laboratorio artigiano, l’azienda brianzola ha attraversato il Novecento trasformandosi in uno dei gruppi indipendenti più solidi dell’arredo di alta gamma. La sua forza non è stata soltanto produttiva ma anche culturale. Ha avuto infatti la capacità di intrecciare industria e progetto, ricerca tecnologica e memoria, collaborazioni con grandi architetti che hanno costruito un’identità riconoscibile. Negli ultimi quindici anni questa identità si è fatta ancora più strutturata, quasi istituzionale: museo d’impresa, pubblicazioni, archivi, nuovi spazi milanesi.
È in questo quadro che va letto l’accordo siglato nel 2012 con gli Archivi di Gio Ponti, che ha garantito a Molteni l’esclusiva mondiale per la riedizione degli arredi pontiani non già licenziati ad altri produttori. Non si trattava di un’operazione nostalgica quanto di un programma sistematico: studio dei prototipi, verifica filologica, aggiornamento tecnico, direzione artistica affidata a Studio Cerri & Associati. La Heritage Collection è stata, in questo senso, un laboratorio di metodo prima ancora che un catalogo di prodotti. La nuova Objects Collection rappresenta però un passaggio ulteriore. Se gli arredi ricostruivano la dimensione spaziale dell’opera pontiana, questi oggetti - mani, cavalli, uccelli, bottiglie in legno, vasi, candelieri - entrano in una sfera più intima. Non organizzano l’architettura domestica ma la punteggiano, sono presenze, segni, apparizioni.
Per comprendere la densità di questa scelta bisogna tornare alla figura di Ponti. Nato a Milano nel 1891, laureato al Regio Politecnico nel 1921, Ponti attraversa più di mezzo secolo di storia italiana con un’energia intellettuale rara. Architetto del Grattacielo Pirelli, fondatore e direttore di Domus, teorico capace di scrivere un manifesto come Amate l’Architettura, è stato insieme uomo d’industria e poeta delle superfici. La collaborazione con Richard Ginori negli anni Venti - premiata nel 1925 con il Grand Prix all’Exposition des Arts Décoratifs di Parigi - dimostra quanto per lui l’oggetto fosse terreno di sperimentazione colta: piatti, vasi, piccole sculture capaci di fondere memoria classica e invenzione moderna.
Ponti non ha mai concepito il design come disciplina separata dall’architettura o dall’arte applicata. Il suo lavoro è un continuo attraversamento di soglie: tra scala urbana e dettaglio domestico, tra industria e artigianato, tra rigore geometrico e fantasia figurativa. Gli oggetti che oggi Molteni rimette in produzione appartengono a questa zona ibrida. Spesso erano pezzi unici o serie limitate, pensati come estensioni simboliche di un interno, come amuleti domestici.
Molteni&C Objects Collection, Art Basel Qatar. Courtesy of Molteni&C
Francesca Molteni e Salvatore Licitra. Courtesy of Molteni&C
Riproporli nel 2026 significa inevitabilmente interrogarne la natura. Cosa accade quando un oggetto nato in un preciso contesto culturale entra nel circuito globale del lusso? A Doha, nella boutique del Doha Design District, questi elementi vengono messi in scena come «catalizzatori di un nuovo lifestyle». L’espressione, nel lessico contemporaneo, è quasi inevitabile. Ma nel caso di Ponti assume una sfumatura particolare: il suo era davvero un progetto di vita, un’idea di casa come spazio morale, come luogo di eleganza quotidiana e leggerezza disciplinata.
La presentazione durante Art Basel non è casuale. La fiera, nella sua declinazione qatarina, è uno dei punti di intersezione più evidenti tra arte, design e collezionismo internazionale. Qui l’oggetto di design si avvicina al territorio dell’opera d’arte, ne condivide il pubblico, talvolta il linguaggio. L’Objects Collection si muove su questo crinale: non è arte unica ma ne assume la postura, non è semplice prodotto industriale, ma ne possiede la replicabilità controllata.
È in questa ambivalenza che l’operazione trova il suo interesse. Molteni costruisce attorno a Ponti un dispositivo culturale. La presenza di Salvatore Licitra, curatore degli Archivi, e di Francesca Molteni, da anni impegnata nel racconto filmico e curatoriale del design italiano, segnala la volontà di ancorare l’evento a una riflessione più ampia sul valore della memoria.
Ponti è stato figura complessa, talvolta contraddittoria, capace di oscillare tra classicismo e avanguardia, tra decorazione e rigore. Trasferire questa complessità in una collezione coerente, destinata a un mercato globale, implica una selezione. La selezione non è necessariamente una riduzione, può essere anche un atto critico, una presa di posizione su ciò che oggi appare ancora vitale. In questo senso la scelta di concentrarsi sugli oggetti - e non soltanto sugli arredi iconici - appare significativa. Doha, con la sua ambizione culturale e il suo ruolo crescente nel sistema internazionale dell’arte, diventa sempre più un palcoscenico simbolico da non sottovalutare.
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