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Uno scorcio del padiglione Cicillo Matarazzo, SP Arte 2025

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Uno scorcio del padiglione Cicillo Matarazzo, SP Arte 2025

Matteo Bergamini

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Si svolge dal 2005 nel Padiglione Cicillo Matarazzo del Parque Ibirapuera, progettato da Oscar Niemayer nel 1957 e sede, anche, della Biennale di San Paolo, SP Arte (3-6 aprile), la fiera della folle ed energica megalopoli. Oltre 200 espositori, divisi tra arte, design, istituzioni ed editoria hanno fatto esplodere di folla i vasti vani aperti dello spazio, già dai primi minuti di apertura: un entusiasmo contagioso e probabilmente non solo dovuto al caldo tropicale, ma specialmente perché sono qui riunite tutte le migliori gallerie del Brasile, oltre a qualche straniera: d’altronde l’apertura, con Almeida & Dale, il colosso del contemporaneo nell'America del Sud, è niente meno che con un carboncino di Pierre-Auguste Renoir (in questo momento in mostra anche al MASP, in un display che unisce 13 opere presenti nella collezione permanente del museo, nella nuova ala dell'Edificio Piero Maria Bardi, Ndr), oltre che con Tracey Emin, Damien Hirst e Tom Wesselmann, giusto per citare i gringos.

Alexandre da Cunha, «Amazonas» (dettaglio), 2015. Courtesy Luisa Strina

Del gruppo Almeida & Dale fanno parte anche la galleria Marco Zero, di Recife, e Flexa, di Rio de Janeiro, a loro volta apripista ai visitatori della fiera. E mentre Flexa espone «Mulheres: tramas da criação», uno stand dedicato alle più importanti artiste della galleria, da Lygia Pape a Adriana Varejão, la Marco Zero sbanca con un'opera lunga tredici metri della pernambucana Tereza Costa Rêgo (1929-2020), parte del progetto «Insólito fim», tutto dedicato al tema della fine del mondo e di come l'arte abbia interpretato l'idea della morte, mischiata con l'erotismo e la simbologia: Costa Rêgo, discendente di una ricca famiglia nordestina, si era battuta contro la dittatura militare a partire dal golpe del 1964, rifugiandosi in Cile e poi a Parigi, scoprendo non solo la politica ma anche la cultura europea. «O apocalipse de Tereza», realizzato nel 2008-09 e presentato per la prima volta fuori da Recife è una sorta di lirica autobiografica, tra Adamo ed Eva inghiottiti da un serpente il cui occhio tutto vede, eterno riferimento ai concetti di male e bene che sempre si intersecano. Un poco naif, potrebbe commentare un pubblico non avvezzo alla latinità, ma quel che è certo è che essendo SP Arte una fiera prettamente aderente al «continente» brasiliano è logico che l’orientamento, anche del mercato, difficilmente ricade su altre tendenze.

Antonio Tarsis, «Sem título (Escudo de Xangô)», 2025. Courtesy Fortes d'Aloia e Gabriel

Tra le opere che più hanno destato la nostra attenzione ci sono le ceramiche di Marco Tullio Resende (1950) esposte dalla galleria Zipper di San Paolo, una vera e propria chicca che impressiona per i toni bronzei della terracotta, in un mare di pittura; differente anche il lavoro di Nuno Ramos (1960) alla Galleria Continua: «Pódacao», 1992, è titolo-abbreviazione di «O pó da cal queima o pó do corpo» (La polvere di calce brucia la polvere del corpo, Ndr) e mette in scena una serie di pietre il cui corpo è colato di vaselina e pece, sulle quali si ergono una serie di alambicchi di cristallo. Un’opera densa di stratificazioni, come lo è lo «Scudo di Xangô» del giovane Antonio Tarsis (1995), rappresentato da Fortes d'Aloia e Gabriel: un impressionante muro di fiammiferi di zolfo rosso con relative scatoline, a omaggiare l'orixá del fuoco, dei fulmini e della giustizia. Da Belém do Pará arriva Éder Oliveira (1983), già tra i protagonisti della Biennale dell'Amazzonia del 2022, esposto dalla Galleria Mitre di Belo Horizonte; la pittura rossa dell’artista sembra dialogare con la splendida «Amazonas», 2015, di Alexandre da Cuhna (1969) esposta da Luisa Strina: un tramonto incredibile e i suoi riflessi sul fiume più emblematico del mondo, realizzato attraverso l’unione di teli da spiaggia dipinti. Di nuovo da Almeida & Dale, ma stavolta al primo piano del padiglione, la nuova serie di «Naturezas Mortas» con fondo oro o tessuto di una delle artiste brasiliane più in voga: Ana Elisa Igreja (1983), già esposta anche da Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Dall'Urugay, precisamente da Ponta de l’Este, arriva la galleria Sur, che ha scelto di calarsi nella latinità assoluta mettendo in dialogo nomi storici dell’arte brasiliana e uruguaiana che condividono l’attenzione alle scene popolari, alle tradizioni religiose, alla cultura locale: Heitor dos Prazeres e Rubem Valentim con Pedro Figari, tra gli altri, in una serie di accostamenti che ritraggono poeticamente l’antico jeito latino-americano (il modo di fare, Ndr).

 

Un'opera di Heitor dos Prazeres da Galeria Sur, Ponta de l’Este, Urugay

Ma il Brasile, come bisogna imparare ad apprendere, è fatto di molteplicità e non tutto accade tra Rio de Janeiro e San Paolo: ancora da Recife arriva la galleria Amparo 60, che quest’anno festeggia 25 anni; non un compleanno da poco per una città che, nonostante la sua potenza culturale a livello nazionale, non è di certo il centro del mondo del contemporaneo e del collezionismo. Qui incontriamo le sculture di Marcelo Silveira (1962) che lavora anche con Nara Roesler che sembrano imitare il cuoio ma in realtà appartengono alle più audaci tecniche dell’ebanisteria, e la giovane pittrice Ana Neves (1988) che recupera il tema della memoria con uno stile che potrebbe ricorda le sperimentazioni del Novecento. Uno stile raffinato, che un collezionista europeo potrebbe portarsi a casa con meno di 2mila euro. A buon intenditore...Ancora dal Nordest, Fortaleza, arriva la galleria Leonardo Leal, di cui colpiscono i paesaggi in movimento di Gustavo Diogenes (1983), a sua volta in vendita per circa 15mila reais, dipende dai formati (meno di 3mila euro). Dal Maranhão è a SP Arte Romildo Rocha (1996), in fiera con Portas Villaseca di Rio de Janeiro: i suoi dipinti di piccole dimensioni e ricchissimi di dettagli presi dalla vita quotidiana del nord del Brasile, tra sensualità, icone della tradizione e della religione, corroborati da una fortissima ironia, lo rendono uno dei più originali artisti della scena contemporanea di queste latitudini. Infine, la menzione a un grande classico esposto da Galatea, galleria con sedi a San Paolo e Salvador: un Di Cavalcanti (1897-1976) monumentale datato 1969, in cui a sua volta è racchiusa tutta la brasilidade che Ariano Suassuna (1927-2014) aveva cercato di raccontare e di promuovere lungo tutta la sua brillante traiettoria di filosofo, scrittore, sceneggiatore e professore. 

Un paesaggio di Gustavo Diogenes. Courtesy Leonardo Leal, Fortaleza

Ma non è finita con l’arte, perché come ben sappiamo il Brasile è la terra di innumerevoli sperimentazioni e avanguardie che hanno come protagonisti il design e l’architettura. Ecco allora che SP Arte offre anche la possibilità di scoprire le più curiose gallerie che si occupano di delle intersezioni tra arte e arredamento, come accade con la Passado Composto, galleria leader di questo settore a San Paolo: in scena, alle pareti, una splendida selezione di arazzi e disegni dell’artista baiano Jorge Cravo (1927–2015), a cura di Alejandra Muñoz, mentre Sergio Campos – Artemobilia, insieme agli arredamenti ha in mostra uno splendido e rarissimo Chico da Silva del 1968, dove al centro di un classico fondo giallo appare fluttuando la figura di Gesù Cristo: una preghiera, nell’epoca dell’internamento dell’artista, di cui si conoscono solo altri quattro o cinque esemplari, ci racconta il gallerista; il prezzo, in questo caso, è un po’ più alto: 150mila reais.

 

Éder Oliveira, «Senza titolo» (dalla serie Disobbedienza), 2024. Courtesy Galleria Mitre, San Paolo - Belo Horizonte

Matteo Bergamini, 03 aprile 2025 | © Riproduzione riservata

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