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Dinos attico a figure nere dei primi decenni del VI sec. a.C. conservato nella sala XVIII del Museo Gregoriano Etrusco dei Musei Vaticani

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Dinos attico a figure nere dei primi decenni del VI sec. a.C. conservato nella sala XVIII del Museo Gregoriano Etrusco dei Musei Vaticani

Musei Vaticani, il racconto di un «pastiche» antiquario

Al centro della conferenza nel «Giovedì dei Musei» del 19 febbraio è il dinos attico a figure nere dei primi decenni del VI sec. a.C. conservato nella sala XVIII del Museo Gregoriano Etrusco, che nell’Ottocento fu oggetto di un restauro particolarmente invasivo

Gianfranco Ferroni

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Un «pastiche» antiquario ottocentesco: nel «Giovedì dei Musei», in Vaticano, nel pomeriggio del 19 febbraio, andrà in scena il racconto di un’appassionante storia, ricostruita grazie a ricerche documentali e indagini diagnostiche condotte nell’ambito di un recente restauro. Al centro della conferenza è il dinos attico a figure nere dei primi decenni del VI sec. a.C. conservato nella sala XVIII del Museo Gregoriano Etrusco dei Musei Vaticani. Il dinos (un vaso emisferico utilizzato nei simposi per contenere vino miscelato con acqua) nel 1837 venne acquistato dall’antiquario romano Francesco Depoletti, per il Museo Gregoriano Etrusco, appena fondato: un reperto notevole per qualità artistica e soggetto iconografico. Nonostante questo, per rendere più appetibile l’offerta, l’antiquario pensò di presentare il vaso attraverso una fantasiosa composizione in grado di esaltarne l’imponenza: oltre ad attribuirgli un coperchio protocorinzio (di circa 70 anni più antico), lo pose su un hypokraterion (alto sostegno) ricostruito su modello antico (etrusco o falisco-capenate). L’attribuzione del dinos, variamente interpretato come opera vicina a Sophilos o di un suo imitatore fedele, è stata a lungo problematica a causa degli estesi restauri ottocenteschi.

Le indagini diagnostiche (Uv, Xrf, Raman, Ir), effettuate dal Gabinetto di Ricerche Scientifiche dei Musei Vaticani nell’ambito di un recente intervento conservativo condotto sotto la direzione di Maurizio Sannibale, curatore del Reparto Antichità Etrusco-Italiche, hanno permesso di riconoscere con precisione gli interventi moderni e di valorizzare i tratti stilistici originali, confermando un forte legame con la bottega di Sophilos, pur senza un’attribuzione diretta alla sua mano, a cui forse potrebbe essere ricondotto il frammento del piede dell’hypokraterion, unica sua parte originale superstite.

Il restauro ottocentesco, probabilmente eseguito nell’ambiente antiquario romano legato a Depoletti, fu estremamente invasivo: lacune colmate con gesso, ampie ridipinture, incisioni ripassate e realizzate ex novo e persino l’aggiunta di un collarino sull’orlo per adattare un coperchio non pertinente. L’intervento conservativo ha scelto di non rimuovere le integrazioni pittoriche, considerate ormai storicizzate, ma di renderle riconoscibili e documentate attraverso le foto a Uva. Contestualmente viene riproposta, nell’esposizione museale, l’originaria composizione ottocentesca attraverso il ripristino dell’hypokraterion, disfatto agli inizi del Novecento (1922) da un pesante intervento «purista», e ora riproposto come esempio emblematico di «pastiche» antiquario, restituendo all’insieme e a ogni suo singolo componente una nuova leggibilità storica e critica.

La conferenza di giovedì sarà introdotta dal vice direttore artistico-scientifico dei Musei Vaticani, Giandomenico Spinola. Interverranno, con Sannibale, Giulia Rocco, professoressa associata Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Fabio Morresi e Francesca Romana Cibin, rispettivamente responsabile e assistente tecnico del Gabinetto di Ricerche Scientifiche dei Musei Vaticani, e Alice Baltera restauratrice del Laboratorio di Restauro Metalli e Ceramiche dei Musei Vaticani.

Una veduta dell’hypokraterion (alto sostegno) ricostruito su modello antico (etrusco o falisco-capenate)

Gianfranco Ferroni, 16 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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