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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliC’era una volta... solitamente in un castello, spesso incantato... Molte fiabe iniziano così. E allora quale luogo migliore di un castello per dare forma a una fiaba attraverso opere e libri? Ecco l’origine della mostra «C’è oggi una fiaba. Castelli, fate, boschi e oggetti magici. Da Emilio Isgrò a Pinot Gallizio, da Kiki Smith a Lucio Fontana», al Castello di Miradolo (To) fino al 21 giugno. Curato da Roberto Galimberti con Paola Eynard e la consulenza iconografica di Enrica Melossi, il percorso è cucito sugli spazi della Fondazione Cosso, le sale funzionano come capitoli, l’allestimento come un racconto continuo dove ogni opera è un portale che ci catapulta in una dimensione fiabesca.
Elementi ricorrenti come scarpe (Joseph Kossuth), mele (Francesco Garnier Valletti), rose (Joseph Beuys), tappeti (Aldo Mondino), specchi (Michelangelo Pistoletto) funzionano come oggetti magici; immagini come boschi (Giuseppe Pietro Bagetti) e castelli (Emilio Isgrò) diventano ambienti da attraversare. Come nei vecchi librogame, il visitatore è coautore di una storia che può riscrivere a suo piacimento. Un tappeto rosso realizzato in acrilico con trame persiane richiama l’immaginario orientale da Le mille e una notte e la storia di un collezionismo colto e avventuroso.
Il Tappeto steso di Aldo Mondino diventa così un tappeto volante che ci porta in una terra lontana, evocata più che narrata, trasformandoci nei protagonisti di una storia immaginaria. L’installazione Marionettentheater fur Iris Yasmin, realizzata nel 1964 da Binky Palermo, è un teatrino per marionette in legno e tessuto con le tendine chiuse: lo spettatore resta davanti a una scena che non si apre, ritorna a quella condizione di bambino spettatore, a quella soglia carica di magia, quando tutto è ancora attesa e possibilità, quando il vocio si spegne, il silenzio conquista la sala e il sipario sta per aprirsi.
Le cancellature di Emilio Isgrò alla storia del Soldatino di stagno sottolineano le peripezie di una vicenda triste e sospesa, il racconto fragile e interrotto del dramma di una storia che non ha il classico lieto fine. Perché la fiaba, come il mondo, è fatta anche di malvagità, di un lato oscuro evocato dalla mela rossa di Francesco Garnier Valletti, costruita con precisione quasi scientifica e apposta su una base da museo delle scienze. È l’inganno, la perfidia, il piano analitico e scientificamente crudele per annientare il protagonista. La luce si vede nell’ombra.
È il punto di arrivo di un percorso suggerito dal fitto bosco di Giuseppe Pietro Bagetti, uno spazio buio, chiuso e denso, un luogo di prova e di passaggio che è necessario oltrepassare. Un attraversamento necessario, come quello suggerito dalla tazza-scacchiera di Grazia Toderi, spaccata a metà, con due pedine dentro. Il riferimento ad Alice passa attraverso la logica del gioco e del ribaltamento: dove le regole si incrinano, il confine tra realtà e immaginazione si fa incerto. La mostra non è mai un richiamo illustrativo, ma strutturale: come nel racconto di Lewis Carroll, il senso si costruisce nello slittamento continuo tra ordine e deviazione, tra ciò che sembra stabile e ciò che improvvisamente cambia.
Quando il visitatore incontra l’opera specchiata di Michelangelo Pistoletto, si ritrova sdoppiato, è attore e spettatore. Non è mai del tutto chiaro dove si trovi, nell’opera o nel museo, nella fiaba o nella realtà. Il mondo è insieme rappresentazione e percezione, si costruisce nello sguardo di chi osserva. Come Alice entriamo nello specchio e non siamo più sicuri di quale sia la vera realtà. Quella che alla fine conta davvero. La mostra è un invito al sogno e alla fantasia. L’importante non è trovare la strada, ma perderla: «Prima le avventure… Le spiegazioni fanno sempre perdere tempo» (Lewis Carrol).