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Alberto Salvadori
Leggi i suoi articoliVenezia, Biennale 2026, uno dei tantissimi eventi collaterali, uno dei meravigliosi palazzi della città palcoscenico e scenografia per la messa in scena delle arti da tutto il mondo.
Consigliare una visita invece che un’altra è cosa davvero complessa e ovviamente personale. Mi sento di dire che a Palazzo Loredan, sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti, è possibile vedere una presentazione che lascia il segno nel calendario di questa Biennale, la mostra «Basic Failure» dell’artista nato a Mosca (nel 1982) e residente a New York Sanya Kantarovsky.
La pittura qui raggiunge uno dei suoi vertici espressivi e concettuali. Il mistero delle immagini dipinte da Kantarovsky è perturbante e ironico allo stesso tempo. Le figure umane, gli animali, il loro incrocio mitologico, ciò che appare familiare, trasmette inquietudine e diviene improvvisamente estraneo, a volte spaventoso. Allo stesso tempo però si ride, di quel sorriso ironico e beffardo, che seriamente mette in gioco il molteplice valore dei sentimenti.
La commedia umana, intesa come il susseguirsi di episodi di vita presentati senza attenersi esclusivamente a un’idea del vero, del reale, necessita del «chiarimento retrospettivo» di proustiana memoria, ossia darsi il necessario spazio mentale affinché il presente, il passato, la storia dei personaggi che vediamo si rivelino.
La pittura di Kantarovsky ha la forza della persistenza e la capacità di rimanere dentro chi la vede, sfugge all’omologazione del figurativo presente ovunque, e questo capita oramai molto raramente.
Dieci dipinti e una scultura in vetro compongono la mostra. Si elude, per fortuna, la magniloquenza di presentazioni oramai bulimiche, si predilige l’invito sottotraccia di un’attenzione concentrata in poche opere. Tra i quadri che suscitano maggior turbamento la grande «Reenactment» (2026) di Narciso e il suo riflesso, integro in parte, a fronte di una parziale e progressiva scarnificazione del corpo quando entra in contatto con l’acqua, che appare qui sostanza acida, metafora evidente di quella vanità ed edonismo che pervadono sempre più la vita di molti. L’apparire più che l’essere. Il doppio come rappresentazione dell’eterno dubbio, dell’identità che genera l’angoscia che dirige verso abissi inquietanti. Il gioco del perturbante indotto dalle tele dell’artista ci scuote nel profondo e si combina a una sardonica ironia come, ad esempio, in «Sub (Goya)», dove i rimandi alla storia della pittura degli ultimi secoli sono evidenti. La presenza del cagnolino bianco, chiara citazione del pittore spagnolo, su un anonimo letto, forse di un boudoir, che osserva la figura umana in primo piano, deformata da una torsione che rimanda ai corpi di Bacon, qui astrazione organica, strana entità fluttuante, in contrasto alla regolare campitura rettangolare rossa, sullo sfondo in alto, evocante una spiritualità suprema della pittura, fissata, cristallizzata e resa inerte. Quanta complessità e ironia nello stesso quadro.
La mostra seduce, provoca una sensazione di piacere e uno strano effetto di autoconsapevolezza che conduce verso quell’incongruenza tra immaginazione e realtà. Produce finalmente una crisi, ci allontana dal rassicurante «prodotto pittorico» che vediamo troppo di frequente. E pensare che se Sanya Kantarovsky avesse continuato a vivere a Mosca avremmo forse perso tutti l’occasione di vederlo.