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Andrea Branzi, «Modello di urbanizzazione umida, Expo di Saragozza», 2008 (particolare)

Foto: Studio Branzi. Courtesy Collezione privata

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Andrea Branzi, «Modello di urbanizzazione umida, Expo di Saragozza», 2008 (particolare)

Foto: Studio Branzi. Courtesy Collezione privata

Nel progetto senza fine di Andrea Branzi

Il pensiero dell’architetto e designer italiano attraverso oltre quattrocento opere a Triennale Milano

Jenny Dogliani

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L’architettura è un sistema aperto, una dimensione continua in cui tempo, spazio e progetto si sovrappongono, dove convivono il passato e il futuro, la casa e la città, il disegno, l’oggetto e la teoria. Quella che Triennale Milano dedica ad Andrea Branzi (1938-2023) non è una retrospettiva e non potrebbe esserlo. Non è una lettura cronologica o lineare, è la manifestazione del suo pensiero. Visibile fino al 4 ottobre «Andrea Branzi by Toyo Ito. Continuous Present» riunisce oltre quattrocento materiali tra disegni, modelli, installazioni, oggetti, video e documenti, restituendo la traiettoria di una figura che ha attraversato architettura, design, teoria e curatela senza mai separarle davvero. 

Nato a Firenze nel 1938 e attivo a Milano dal 1974, Branzi è stato tra i protagonisti dell’Architettura Radicale con Archizoom Associati, prima di sviluppare, negli anni successivi, i temi del Nuovo Design Italiano e di contribuire alla nascita di Alchimia e Memphis. La sua attività si estende dalla progettazione alla didattica, dalla scrittura alla curatela, in un percorso che mette costantemente in discussione i fondamenti stessi della disciplina. L’allestimento, ideato da Toyo Ito, dispone le opere in un ambiente fluido, in cui il visitatore si muove tra nuclei tematici che si richiamano e si trasformano. L’idea è quella di un percorso non concluso, dove i materiali si presentano come frammenti di una ricerca che ritorna su sé stessa, si ripete e si riscrive. All’ingresso Superarchitettura (1966), ricostruzione dell’installazione-manifesto realizzata da Archizoom e Superstudio, affiancata da oggetti come i divani Superonda e Safari e da disegni della stessa fase. A questo nucleo introduttivo segue il fulcro teorico della mostra: No-Stop City (1969-1972), progetto presentato attraverso disegni, piante e un ambiente immersivo in scala 1:1, una città «senza forma, né funzione, né architettura», costruita come modello critico della metropoli contemporanea. Nelle Metropoli teoriche, visibili attraverso una serie di visori, territori immaginari si sovrappongono alla realtà esistente, affrontando questioni come la distribuzione dei servizi, il rapporto tra produzione e territorio, la convivenza tra umano, tecnologia e ambiente. Parallelamente, la ricerca si sposta sulle superfici, sul ruolo del pattern, del materiale e del suolo come dispositivi linguistici. Nelle Case a pianta centrale, l’ambiente domestico è organizzato intorno a un oggetto — tappeto, tavolo, divano — che agisce come «fondatore della casa», attribuendo valore simbolico alle altre funzioni. Al centro della mostra Gazebo ed Ellipse (2008), provenienti dalla Fondation Cartier pour l’art contemporain, coproduttrice della mostra. Strutture permeabili, prive di funzione definita, che non permettono di comprendere se si è dentro a un’architettura o a qualcosa che serve a mostrare oggetti. E poi i progetti per musei, piazze e scenografie, le esperienze giapponesi, con progetti come Tokyo City X e il Tokyo Forum, in cui lo spazio non è definito dalla forma, ma dall’esperienza sensoriale, fino alle ultime riflessioni sulla coesistenza tra specie e sulla natura degli oggetti con progetti come Animal City e la lampada Foglia che non definiscono forme, ma costruiscono relazioni, spazi condivisi, non gerarchici, capaci di accogliere umano, tecnologia e ambiente in una condizione di coesistenza.

Andrea Branzi, «Pineta di Architettura», 2006 (particolare). Foto: Daniel Kukla. Courtesy Friedman Benda e Andrea Branzi

Jenny Dogliani, 09 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Nel progetto senza fine di Andrea Branzi | Jenny Dogliani

Nel progetto senza fine di Andrea Branzi | Jenny Dogliani