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Elisabetta Raffo
Leggi i suoi articoliLe interviste che proponiamo in questa nuova Rubrica sono dedicate alle specialiste italiane impegnate nelle più importanti istituzioni internazionali dedicate alle arti del mondo islamico e asiatico. Iniziamo con Nicoletta Fazio.
Quale ruolo ricopre e dove?
Sono curatore per l’Iran e l’Asia centrale presso il Museo di Arte Islamica (Mia) di Doha, in Qatar. Aperto al pubblico a fine 2008, il Mia è stato voluto dall’emiro padre, Sheikh Hamad bin Khalifa Al Thani, e progettato dall’architetto sinoamericano Ieoh Ming Pei. Diretto a partire dal febbraio del 2024 da Shaika Nasser Al-Nassr, il museo fa parte di Qatar Museums, istituzione governativa a cui fanno capo tutti i musei pubblici qatarioti, e ospita le collezioni storiche di arte islamica acquistate dalla metà degli anni ’90 dall’allora ministro della Cultura Sheikh Saoud Al Thani.
Qual è stata la sua formazione?
Mi sono laureata a Genova in Storia dell’arte medievale e ho poi continuato gli studi nel Regno Unito, presso il Warburg Institute di Londra. Ho infine conseguito il dottorato in Global Art History ad Heidelberg, in Germania.
Com’è arrivata a questo incarico?
Un po’ per caso, un po’ per fortuna e un po’ per cocciutaggine. Ho fatto incontri che non avrei mai immaginato di fare quando ero una matricola a Genova e incrociato persone che mi hanno dato un’opportunità nonostante non avessi nomi blasonati alle spalle. Devo ringraziare in modo particolare Laura E. Parodi (Università di Genova), per avermi insegnato il rigore della ricerca, e Julia Gonnella (ora al Lusail Museum, che aprirà nel 2030), per aver visto oltre il mio tedesco zoppicante quando approdai al Pergamonmuseum come Volontärin presso il Museum für Islamische Kunst a Berlino.
Quali sono le sue mansioni?
Tra 2018 e 2022 mi sono occupata con il team del Mia del riallestimento completo delle 18 gallerie permanenti, che ospitano ora circa mille oggetti, il 70% dei quali esposti per la prima volta e in parte presentati nel primo catalogo ragionato, The Museum of Islamic Art. The Collection (Thames&Hudson, 2022). Nel frattempo ho collaborato alla curatela di diverse mostre, tra cui «Baghdad: Eye’s Delight» e «Fashioning an Empire: Textiles from Safavid Iran», condotto ricerche sulle collezioni del Mia, preparato cataloghi. Molto del nostro lavoro si concentra sulla produzione di mostre.
Se avesse l’opportunità di tornare in Italia a occuparsi di arte islamica e asiatica lo farebbe?
Mi piacerebbe molto. Il panorama dell’arte islamica in Italia è diffuso e parcellizzato, ma questo non è un limite, piuttosto una risorsa da usare con intelligenza. È il risultato della storia del nostro Paese.
Crede che lo studio e la valorizzazione dell’arte islamica e asiatica in Italia siano un ambito con potenzialità di crescita?
Sì, ma solo se c’è la volontà di collaborare e aprirsi al nuovo, cosa ancora piuttosto complessa in Italia. Ci sono istituzioni giovani e vivaci che stanno sviluppando programmi molto interessanti, nonostante le difficoltà che sta vivendo il comparto culturale. Il fatto che riescano a fare così tanto con così poco ha quasi del miracoloso, e fa immaginare quanto sarebbe possibile con qualche risorsa in più.
Quale chiave narrativa userebbe per dimostrare che l’arte islamica e asiatica hanno contribuito alla definizione del nostro patrimonio culturale?
Partirei da qualcosa di semplice e immediato: la cucina e la lingua, con le loro infinite possibilità di contaminazione.
Che cosa significa occuparsi di arte islamica e asiatica in questo momento storico? Può aiutare a costruire un dialogo interculturale?
Significa immaginare mondi altri, uscire fuori dalla propria zona di comfort, scoprire orizzonti nuovi. Citando Carlo Levi, il futuro ha un cuore antico. Considero il museo come un’agorà, nel senso greco del termine, un luogo politico di dibattito per il presente.
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