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Valentina Casacchia
Leggi i suoi articoliNegli ultimi tempi la Spagna è tornata al centro del dibattito europeo. Sotto la guida di Pedro Sánchez, leader del Partido Socialista Obrero Español, al terzo mandato dopo la conferma elettorale del 2020 e la formazione del nuovo governo nel novembre 2023, il paese ha scelto di orientare la propria azione sui diritti, sul multilateralismo e su un’idea di sicurezza che non si fonda sull’uso della forza. In un’Europa che, con lo sconforto di molti, sembra indulgere verso nuove pulsioni autoritarie, l’esecutivo iberico ha mantenuto una direzione chiara, basata sul contenimento del riarmo, sul rafforzamento della cooperazione internazionale, sull’attenzione ai diritti fondamentali, sul riconoscimento dello Stato di Palestina e su una vasta regolarizzazione intesa come risposta di lungo periodo al tema delle migrazioni. Questo orientamento trova riscontro anche nel campo culturale. “L’Estatuto del Artista” ha definito in modo più preciso le condizioni del lavoro artistico, introducendo tutele e strumenti contrattuali in un settore per sua natura discontinuo. Se il nodo fiscale resta aperto, con un’IVA sulle opere d’arte ancora fissata al 21%, superiore a quella di molti paesi europei, Italia compresa, il quadro complessivo si bilancia attraverso politiche di supporto alla scena nazionale e la presenza di un collezionismo dinamico. Ne è un esempio Madrid che, in occasione di ARCOmadrid (4–8 marzo), si conferma luogo di convergenza e rilancio.
Il collezionismo riflette sempre il proprio tempo: le scelte che guidano una raccolta rimandano a priorità culturali e assetti di potere, rendendo le collezioni una chiave indiretta per leggere la storia politica e sociale di un paese. In Spagna, le grandi raccolte reali nate tra Cinque e Seicento operarono come strumenti di autorità e legittimazione. Sotto Filippo II (1527–1598) e Filippo IV (1605–1665), l’arte divenne un linguaggio centrale del potere, legato alla fabbricazione dell’immagine monarchica e alla figura di Diego Velázquez (1599–1660). Nel tempo, questi nuclei confluirono in istituzioni come il Museo del Prado, aperto al pubblico nel 1819, segnando il passaggio da un patrimonio dinastico a una dimensione pubblica e collettiva, seppur ancora fortemente istituzionalizzata.
Nel Novecento, il collezionismo privato assunse un carattere frammentato e discontinuo, spesso legato a singole iniziative, come quelle di Juan March (1880–1962) e Plácido Arango (1931–2020). Solo dopo la fine del franchismo maturò una riflessione più ampia sulla sua funzione civile. A partire dagli anni Novanta, figure come Helga de Alvear (1936–2025), Juan Antonio Pérez Simón (1941) e Hortensia Herrero (1950), accanto a realtà come la Fundación Chirivella Soriano, ne ampliarono il raggio d’azione, incidendo su produzione, ricerca e circolazione delle opere. È in questo spirito che prende forma SOLO, avviato come collezione d’arte intorno al 2015 da Ana Gervás (Madrid, 1973) e David Cantolla (Madrid, 1967), in una fase di ridefinizione culturale del Paese. Fin dall’inizio, SOLO ha superato l’idea di deposito per definirsi come una realtà concreta, fondata sull’accompagnamento degli artisti, sui loro percorsi e sull’attivazione di spazi votati alla causa.
Nella raccolta convivono pittura, scultura, installazione, suono, opere digitali e pratiche legate all’intelligenza artificiale, all’interno di un impianto concettuale che privilegia intersezioni, cortocircuiti e relazioni tra linguaggi. Le acquisizioni nascono da contesti diversi, fiere e gallerie internazionali, social network e piattaforme dedicate, ma soprattutto «da scoperte inattese, per sorpresa, in luoghi imprevedibili» ci raccontano.
SOLO riunisce oggi oltre 1.300 opere di più di 341 artisti internazionali, tra cui Neo Rauch (Lipsia, 1960), Keiichi Tanaami (Tokyo, 1936), Miriam Cahn (Basilea, 1949), KAWS (Jersey City, 1974), Amoako Boafo (Accra, 1984), Mario Klingemann (Laatzen, 1970) e David Altmejd (Montréal, 1974); per l’Italia sono presenti, tra gli altri, Andrea Galvani (Verona, 1973), Siro Gugusi (Gavoi, 1980) e Giuliano Sale (Cagliari, 1977), in una configurazione priva di gerarchie prestabilite, dove coesistono pratiche figurative e multimediali, linguaggi analogici e digitali. Il percorso dei fondatori ne chiarisce l’impostazione. David Cantolla, formato in Belle Arti, proviene dall’ambito audiovisivo e dalla cultura digitale; a questa base ha affiancato una traiettoria imprenditoriale nel settore tecnologico e dell’entertainment, guadagnando notorietà anche come co-creatore della serie Pocoyó. Ana Gervás, imprenditrice attiva nel settore creativo, ha invece consolidato e rafforzato la visione complessiva, definendone l’orizzonte di lungo periodo e garantendone coerenza, continuità e sviluppo.
Joan Cornella, «Free Hugs». Courtesy of SOLO.
Miriam Cahn, «IM FERNSEHEN GESEHEN». Courtesy of SOLO
Alla base di SOLO c’è un rapporto diretto con il presente: pur includendo figure già affermate, l’attenzione resta rivolta al sostegno della produzione contemporanea in divenire. Domandando loro quale sia oggi il loro obiettivo, Gervás e Cantolla rispondono senza ambiguità: «La nostra missione? Prima di tutto sostenere l’arte contemporanea, esplorare e restare vigili, resistendo il più a lungo possibile alla tentazione di diventare un modello riconoscibile». Questa attenzione non è una scelta di tendenza, ma una presa di posizione:
«Ci interessa dare spazio a quelle parti della conversazione che non sono ancora così visibili, a quegli artisti che potrebbero far parte di un panorama più ampio ma che non sono ancora inclusi». L’eterogeneità dei linguaggi ha anche un’origine personale, legata a pratiche e riferimenti della loro vita quotidiana, dalla cultura visiva popolare alla sperimentazione sonora e digitale. Come spiegano: «Ci affascina raccontare il presente cercando punti di contatto tra pratiche e tradizioni diverse, alcune radicate nella cultura popolare, altre profondamente legate al passato». Tale visione si inserisce in una capitale profondamente trasformata: «A una scena culturale già ricca si sono aggiunti nuovi progetti, gallerie, ristoranti e hotel. Quartieri come Carabanchel sono diventati veri poli d’indagine e sempre più collezionisti internazionali scelgono di stabilirsi qui».
Del resto, «Le settimane dedicate all’arte raggiungono oggi un livello internazionale molto alto. È come se Madrid avesse improvvisamente accelerato, ci sentiamo fortunati a vivere questo momento e a poterne far parte». Il rapporto con le opere resta esperienziale e relazionale, «Ci sono opere che sono speciali per chi le ha create e altre che lo sono perché fanno parte della nostra storia».
La decisione di aprire la collezione al pubblico nel 2018 nasce dalla necessità di condividere: «La missione di SOLO è sostenere la creazione artistica; e nel nostro impegno a contribuire al tessuto della scena artistica internazionale è essenziale mostrare le opere, portarle nello spazio pubblico e condividerle». Infatti «Dal nostro punto di vista, molto personale, vediamo l’arte come uno strumento di ispirazione e sentiamo di avere la responsabilità di condividere la nostra collezione».
«Guardando indietro, sembra che tutto abbia una sua logica, ma SOLO non ha seguito un piano…». Una linea che si riflette nella struttura stessa e nei suoi luoghi: SOLO Independencia a Madrid, accessibile su prenotazione tramite visite guidate e, a partire da marzo, l’unico visitabile anche liberamente; SOLO CSV, dedicato alla realizzazione; il centro di Castanedo, in Cantabria, a tema produzione e residenze; e una nuova sede in apertura a Lisbona, che estende l’iniziativa oltre i confini nazionali. Sempre a Madrid, in Cuesta de San Vicente, SOLO CSV ospita i diversi programmi e accoglie anche la galleria del progetto, Bowman Hal, che in questi giorni presenta una mostra di Paul McCarthy (Salt Lake City, 1945). Accanto, iniziative internazionali come Movimiento 37 con Cindy Crawford (Bilbao, 1974) e i new media Onkaos, dedicato all’originale Nikita Diakur. In un contesto nazionale caratterizzato da incentivi fiscali limitati, l’intero sistema si fonda su un impianto organico e su una pianificazione culturale orientata al futuro. Alla gestione quotidiana concorrono circa 50 persone, con un coinvolgimento diretto e costante dei fondatori. In questo senso, SOLO si colloca in una linea di trasformazione del collezionismo. L’apertura al pubblico, i programmi in corso e il dialogo con l’architettura spostano il collezionare su un piano di azione. In una Spagna che oggi ripensa il ruolo della cultura, esperienze come questa mostrano quanto il collezionismo possa essere un alleato.
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