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Chiara Caterina Ortelli
Leggi i suoi articoliNata a Kano, in Nigeria, nel 1974 e residente ad Anversa, Otobong Nkanga è una delle voci più singolari dell’arte contemporanea internazionale. Dalla fine degli anni Novanta, la sua pratica pluridisciplinare, che spazia tra disegno, pittura, installazione, arazzo, fotografia, video, scultura, ceramica, performance, suono e poesia, esplora le relazioni tra corpo e territorio, tra estrazione delle risorse naturali e memoria coloniale, tra circolazione dei materiali e capacità riparatrice dei sistemi naturali e relazionali. Quest’anno, la sua presenza si estende anche alla 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, dove è stata invitata a partecipare dalla curatrice Koyo Kouoh, prematuramente scomparsa il 10 maggio 2025. Dal 3 aprile al 23 agosto il Musée cantonal des Beaux-Arts di Losanna, in collaborazione con il Musée d’Art Moderne de Paris, dedica un’importante mostra alla sua opera proteiforme, curata da Nicole Schweizer e Odile Burluraux. Abbiamo intervistato l’artista.
Questa mostra include opere realizzate all’inizio della sua carriera. Che cosa prova guardandole oggi?
La mostra è iniziata al Musée d’Art Moderne di Parigi, città in cui ho vissuto dall’età di 10 anni e dove ho studiato all’École des Beaux-Arts. È stato come chiudere un cerchio. Quelle opere iniziali contenevano moltissime informazioni che si sarebbero rivelate in seguito, molte purtroppo sono andate perdute. La prima in assoluto è «Colour Study», realizzata all’Università di Ife in Nigeria, dove ho trascorso un anno a studiare come mescolare i colori: un’esperienza che ha totalmente forgiato la mia comprensione del colore riguardo a tono, emozione, tempo e mutamento.
Il titolo della mostra, «I dreamt of you in colours», suggerisce qualcosa di intimo e quasi delicato. Come si concilia con il carico dei temi che affronta?
Non c’è separazione. Anche le opere precedenti hanno uno spessore in relazione allo spazio e alle connessioni tra i mondi: gli arazzi «Unearthed» per il Kunsthaus Bregenz, i tappeti e le ceramiche al Castello di Rivoli, «The Weight of Scars» all’M Hka di Anversa. È una di quelle occasioni in cui si vedono le connessioni tra linee temporali: dagli studi sul colore del 1992 alle poesie in argilla del 2025. Le cose diventano più complesse, più legate a temi specifici, alla geopolitica e alle strutture sociali del mondo.
C’è un tema specifico emerso o scoperto attraverso questa mostra?
Non penso in termini di scoperta, ma cerco di osservare le disuguaglianze e le estrazioni in atto. Riflettere sui minerali, sull’Intelligenza Artificiale è un altro strato sopra i tempi industriali e coloniali, un’evoluzione cannibale più grande della natura stessa. Le guerre richiedono risorse e portano distruzione: morti, cancellazione di culture e saperi. Mi interessa come ciò che è accaduto secoli fa si manifesti oggi nel fascismo, nel razzismo, negli intrecci legati alle risorse. Il mondo ci ha dato molto e mi interessano queste dualità. Attraverso l’arte si reggono le contraddizioni.
Direbbe che abbiamo perso la capacità di vedere i doni del mondo?
Sono solo poche voci rumorose a voler distruggere i sistemi di conoscenza. Molte persone hanno ancora una pratica connessa alla Terra, ma semplicemente non se ne parla abbastanza. Ci sono persone che guardano ad altri sistemi, non così dipendenti dall’energia, che ascoltano davvero la Terra. Le voci più alte riguardano ciò che vogliono venderci. C’è diversità nell’esistenza e dobbiamo essere più aperti a vederla.
Qual è il suo sistema di conoscenza?
Vengo da un mondo con molti sistemi: la conoscenza dei genitori, come prendersi cura del corpo, quali piante usare, gli approcci scientifici e la conoscenza acquisita muovendomi nello spazio e incontrando persone. Alcune conoscenze vengono dalla violenza sistemica e dal trauma. Altre ci permettono di prenderci cura, di vedere il mondo nella sua interconnessione, di muoverci con gentilezza. Si tratta di prendere ciò che consente di muoversi in modo rispettoso, amorevole ma fermo.
Pensa che abbiamo perso la capacità di agire con gentilezza e amore?
Penso che ce l’abbiamo ancora, ma alcuni contesti sono così duri che le persone diventano più dure: sono le strutture in atto, politiche, sociali, i social media, la propaganda, ciò che respiriamo. La nostra umanità è connessa a molte altre forme di vita: se c’è scarsità d’acqua, quanto possiamo essere umani? Meno ti prendi cura delle cose intorno a te, meno ti prendi cura di te stesso e degli altri. La prossima generazione avrà un immaginario completamente diverso.
Ha fondato la Carved to Flow Foundation in Nigeria, che è partita da un progetto legato al sapone. Di cosa si trattava?
Per documenta 14, nel 2017, mi interessava creare una struttura legata alle risorse e ai luoghi in crisi, che parlasse di terra, suolo, petrolio, saperi spezzati da guerre e cambiamenti ecologici. Aveva senso realizzare questi 15mila saponi: sembrano pietre di marmo ma in realtà sono legati all’illusione del momento che stiamo vivendo, quella sensazione che tutto sia scolpito nella pietra per sempre. Ma se guardiamo al tempo profondo e alla storia, ci rendiamo conto che tutto si dissolve, proprio come il sapone a contatto con l’acqua. È stato anche importante pensare a un progetto in tre fasi: Atene per il laboratorio; Kassel per la vendita attraverso performance; poi lo spazio Akwa Ibom Athens in Grecia e una fondazione a Uyo, Nigeria, con una fattoria sulla sicurezza alimentare. Ora stiamo costruendo un mulino per l’olio e uno per la manioca. Lavoriamo la terra dal 2021, la fondazione è nata nel 2018.
Koyo Kouoh l’ha invitata alla 61ma Biennale di Venezia. Come stai affrontando questo in sua assenza?
Ricordo Koyo dire: «Sto portando persone con cui voglio trascorrere del tempo» per vedere crescere il lavoro, parlare, costruire. È un peccato che non sarà presente fisicamente, ma come diceva lei, non moriamo ma ci trasformiamo. La sua presenza sarà lì in un’altra forma. Sono onorata di poter stare con altri artisti e condividere opere, conversazioni, sentimenti, paure e futuri: questo è il dono più grande.
Uno still dal video «Reflections of the Raw Green Crown», 2014, di Otobong Nkanga. © Otobong Nkanga. Foto: Michael Mann