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Redazione
Leggi i suoi articoliCome due occhi nel bosco, alcune immagini affiorano lentamente da una zona d’ombra, restando sulla soglia tra ciò che è visibile e ciò che sceglie di rimanere segreto. La pittura di Vera Portatadino (Varese, 1984) abita esattamente questo limen, un territorio di confine dove l’arte non descrive il reale, ma ne accoglie il respiro più silenzioso. Su questa linea poetica, fino all’11 settembre 2026, la Galleria Richter Fine Art di Roma ospita una personale «Talking to Strangers at Night» dedicata all'autrice. Il titolo evoca immediatamente un’atmosfera sospesa: è il tempo della sera, quell'istante in cui l’aria dell’estate si fa tiepida, i gelsomini fioriscono e il cielo si apre all’ignoto. In questo scenario, la mostra si configura come una riflessione profonda sull'alterità, intesa come un nucleo che, anche nella massima vicinanza, resta «inappropriabile».
La ricerca di Portatadino affonda le radici in una costellazione di letture filosofiche e poetiche, con un debito particolare verso il pensiero di María Zambrano. Per la filosofa spagnola, la "ragione poetica" è uno sguardo che incontra l'altro senza volerlo possedere. Come osserva l’autrice del testo critico, Ilaria Gianni, nei lavori dell'artista «il dettaglio ravvicinato convive con l’inafferrabile; ciò che sembra offrirsi allo sguardo pare subito sottrarsi a una definizione stabile». È un’esperienza simile a quella del bosco, ovvero uno spazio necessario ma complesso, che non si concede mai interamente.
In particolare, nelle opere realizzate negli ultimi due anni, l'artista trasforma incontri, letture e momenti di intimità in campi di intensità pittorica. In «Due» (2026), tra le stratificazioni dei verdi, emergono due punti che assumono gli attributi di uno sguardo. Qui la natura smette di essere un paesaggio passivo da contemplare per diventare un interlocutore vivo. Secondo Ilaria Gianni, in questa tela «la natura non appare come paesaggio immobile da contemplare, ma come presenza che, restituendo lo sguardo, incrina la centralità della prospettiva antropocentrica».
Vera Portatadino, Notturno (Autoritratto), 2024, olio su lino, 150 x 120 cm
Vera Portatadino, Notturno (Sull'amore), 2024, olio su lino, 150 x 120 cm
Il percorso espositivo prosegue toccando corde sensibili che legano l’umano al non-umano. In «Come una nuvola» (2026), il riferimento alla scrittura di Anne Carson fa emergere delle labbra rosse da velature lattiginose, come se una voce risalisse dal fondo dell’immagine. È una pittura che si fa postura e sensibilità, una riflessione sul femminile che non è tema da illustrare, ma modo di abitare il mondo attraverso la cura e l'attenzione per ciò che resta fragile.
Il rischio dell’incontro e la tensione verso l’altro tornano in «Almost Roche» (2026), opera che prende il nome dal limite astronomico oltre il quale un corpo celeste rischia la disintegrazione per la troppa vicinanza a un altro. «Un incontro non è mai neutrale: implica attrazione, avvicinamento, rischio», sottolinea l’autrice del testo, evidenziando come la pittura di Portatadino misuri costantemente il desiderio con la possibilità della sua rottura.
Che si tratti della presenza ambigua de «La Cicuta» (2026) o del paesaggio interiore di «Notturno (Autoritratto)» (2024), Vera Portatadino ci invita a rinunciare alla pretesa di dominare ciò che vediamo. La sua è una pittura di interdipendenze, dove nessuna forma di vita è autonoma e ogni segno emerge da una trama di legami reciproci. È, in fondo, l’invito a restare in ascolto di quei sussurri che attraversano il mondo quando la luce del giorno è ormai scomparsa, ma qualcosa, nel buio, continua ostinatamente a brillare.
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