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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliNato a Jesi nel 1983, Patrizio di Massimo è oggi uno dei pittori italiani più riconosciuti della sua generazione. Formatosi tra le Marche, Brera e Londra, vive e lavora tra Londra e l’Italia; dopo gli studi all’Accademia di Brera e alla Slade School of Fine Art nella capitale britannica, ha costruito una ricerca pittorica ove confluiscono autobiografia, storia dell’arte, teatro, identità e rappresentazione del corpo. Le sue opere sono state esposte in istituzioni internazionali come la Estorick Collection di Londra, Il Castello di Rivoli, il Centre Pompidou di Parigi, la Galleria Giò Marconi di Milano. Nei suoi dipinti, riferimenti alla tradizione figurativa europea, memoria personale, costruzione scenica e messa in discussione dei ruoli sociali e familiari convivono e sfociano in immagini che oscillano continuamente tra intimità e artificio, ironia e malinconia. Eppure, nonostante una traiettoria fortemente internazionale, nel suo immaginario continuano ad affiorare le Marche: non come tema esplicito o nostalgico, ma come tonalità emotiva, struttura mentale, memoria visiva. Negli anni la sua pittura si è imposta anche per la capacità di attraversare il grande repertorio iconografico italiano — dal ritratto rinascimentale alla teatralità barocca — rileggendolo secondo prospettive contemporanee, intime e spesso autobiografiche: il paesaggio collinare tra Civitanova e Jesi, il teatro diffuso delle città marchigiane, la pittura ammirata nelle chiese e nelle pinacoteche, insieme a un Adriatico «introverso e mentale», distante dalla spettacolarità mediterranea. «Le Marche sono una regione che, come osserva l’artista, conserva una qualità del tempo e dello spazio sempre più rara», fatta di lentezza, concentrazione e profondità, ma che fatica ancora a consolidare le proprie infrastrutture culturali legate al contemporaneo e a formare una comunità artistica capace di mantenere nel tempo dialoghi e aperture stabili con la scena internazionale».
È nato a Jesi e si è formato tra Brera e Londra: che tipo di rapporto ha oggi con le Marche?
Ho un rapporto ambivalente con le Marche. Per molti anni ho sentito il bisogno di prenderne le distanze, perché crescere in provincia può essere molto limitante, soprattutto se da adolescente hai una forte immaginazione e il desiderio di reinventarti. Vuoi veramente scappare via. Milano prima e poi Amsterdam e soprattutto Londra, per me sono state una liberazione: uno spazio dove poter costruire la mia identità artistica senza sentirmi troppo definito dal contesto di origine. Non ho mai voluto mettere troppo l’accento sul genius loci, e non lo faccio tuttora. Detto questo, col tempo mi sono accorto che certi aspetti delle Marche sono rimasti profondamente dentro il mio sguardo, anche se in modo non esplicito.
Torna spesso nella tua regione, come vede e come vive le Marche di oggi?
Ci torno due o tre volte l’anno, soprattutto per motivi familiari. Ogni volta provo quella doppia sensazione: da una parte c’è un senso di familiarità molto profondo; dall’altra una sensazione di estraneità latente. Le Marche hanno una qualità della vita e una bellezza incredibili, che da una parte ispirano, dall’altra possono essere quasi “over-caring”, nel senso di molto protettive. C’è un potenziale non completamente attivato e forse da lasciare sopito: rimangono luoghi molto legati alla memoria - come il colle dell’Infinito di Giacomo Leopardi o la Madonna di Loreto - e alla tradizione figurativa, ai teatri, alle città medievali. Vedo molte persone che spendono energie sincere nel territorio, ma sono abbastanza scettico sulla capacità, nelle condizioni attuali, di attrarre energie nuove o di sostenere nel tempo vere comunità artistiche contemporanee.
C’è qualcosa nella sua pratica artistica che riconduce all’origine marchigiana?
Forse sì, anche se non in modo diretto. Le Marche sono una regione molto teatrale - credo abbia il più alto numero di teatri comunali in Italia. C’è una dimensione domestica, familiare, ma anche molto liturgica, fatta di rituali e di ruoli, che credo abbia influenzato molto il mio immaginario. Anche il mio rapporto con la figurazione viene sicuramente da lì. La pittura figurativa non è qualcosa che studi soltanto nei libri: è nelle chiese, nei musei civici, nelle città: a Urbino è nato Raffaello Sanzio; Lorenzo Lotto e Carlo Crivelli hanno lasciato nelle Marche alcune delle loro opere più importanti. Questa presenza continua dell’immagine storica rimane dentro il tuo sguardo.
Durante la sua formazione ci sono stati artisti, contesti o istituzioni marchigiane che hanno segnato la sua strada?
In adolescenza ho frequentato molto un pittore locale, Ferdinando Piras, che si era trasferito dalla Sardegna a Civitanova Marche e che mi ha insegnato i primi rudimenti della pittura a olio. Ferdinando, in particolare, è stato più che un maestro, quasi un terzo nonno per me. Un giorno, vedendo un mio dipinto, esclamò: “Ecco, l’allievo ha superato il maestro!”. Che tenerezza. Ora ha quasi cent’anni. Poi ho frequentato il primo anno all’Accademia di Macerata prima di trasferirmi a Brera. Infine lo Sferisterio di Macerata, un monumentale teatro all’aperto, dove ho lavorato come figurante lirico per diverse stagioni durante l’adolescenza, in opere come La Traviata e Lucia di Lammermoor, con la regia di Henning Brockhaus e le scenografie di Josef Svoboda.
Patrizio di Massimo, «Autoritratto con Philip Guston», 2022. Foto Eleonora Agostini
Dopo un passato glorioso, che ha uno dei suoi apici nella corte cosmopolita di Federico da Montefeltro, che contesto offrono oggi le Marche a un artista?
Penso che il problema principale sia l’infrastruttura. Non tanto la mancanza di talento o di sensibilità culturale, quanto la difficoltà nel creare continuità: scuole, spazi indipendenti, collezionismo, possibilità di incontro. Cose non facili a cui sopperire. Per un giovane artista il rischio è di sentirsi isolato, di non riuscire a sviluppare un lavoro in dialogo con un contesto internazionale; il consiglio è quello di andarsene a fasi alterne, di fare esperienze anche altrove. Le Marche hanno una grande qualità umana e paesaggistica, ma mancano ancora ecosistemi culturali abbastanza forti da trattenere le persone.
C’è uno scarto tra il potenziale culturale del territorio e le sue condizioni reali?
Sì. Ed è uno scarto abbastanza doloroso perché il patrimonio culturale è enorme. Servono più fondi destinati al contemporaneo. Questo richiede rischio, investimento, apertura, dialogo. E spesso prevale una certa prudenza culturale. Ci sono molte energie individuali valide, ma manca una visione strutturale più ambiziosa. Poi però ci sono luoghi speciali, come il Museo Pianetti, la Pinacoteca di Jesi e la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, che in modi diversi promuovono e sostengono anche il contemporaneo, e dove io ho avuto la fortuna di fare una mostra su doppia sede qualche anno fa. In quell’occasione è stata prodotta anche la mia seconda monografia con Quodlibet, anch’essa marchigiana e tra le case editrici più interessanti che abbiamo oggi in Europa.
Che cosa manca oggi alle Marche per essere più attrattive?
Mancano spazi che offrano un programma di qualità con continuità, non sporadico o solo per la stagione estiva. Servirebbe un’istituzione dedicata realmente al contemporaneo, che offra spazi di produzione, occasioni di dialogo internazionale in modo che gli artisti passino e lascino la loro traccia. Ma anche semplicemente collegamenti migliori, e magari qualche collezionista serio e generoso che sostenga gli artisti locali - o quelli che decidono di trasferirsi lì.
E al contrario: c’è qualcosa che le Marche hanno che altri contesti non hanno?
Una qualità del tempo e dello spazio sempre più rara. È una regione che potrebbe diventare un luogo molto fertile per pratiche artistiche che cercano concentrazione, profondità, lentezza. In un mondo così incerto sul proprio futuro, quella dimensione più appartata potrebbe persino diventare una forza, un modello a cui ispirarsi.
Quali sono i luoghi delle Marche a cui resta più legato?
Io sono cresciuto nelle colline tra Civitanova Marche e Civitanova Alta, la sua frazione medievale, quindi in quel paesaggio collinare risiedono molte delle mie memorie. Ma anche la spiaggia d’estate, i bagni al tramonto con gli amici. E il mare d’inverno. L’Adriatico ha qualcosa di molto diverso dal più spettacolare Mediterraneo: è introverso e mentale. Mi riconosco in quella tonalità emotiva. Le pinacoteche di Macerata, Fermo e ovviamente Jesi. E poi la casa di Osvaldo Licini a Monte Vidon Corrado: un luogo magico che mi è rimasto dentro.
Ha mai pensato a un ritorno?
Al momento no. Non credo tornerei semplicemente “per tornare”. Mi interesserebbe se ci fosse un progetto reale: una comunità, un luogo, un dialogo. Milovan Farronato qualche tempo fa mi ha mandato il link di un palazzo storico in vendita vicino Jesi e suggerito che dovrei comprarlo per farne una fondazione, chissà, forse aveva ragione.
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