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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliNella mostra «Il tempo inciso», in apertura il 26 febbraio sino al 18 aprile alla Galleria Valentina Bonomo di Roma, Pietro Pasolini torna a interrogare il rapporto tra gesto umano e forze naturali, spingendo la propria ricerca verso una dimensione sempre più radicale e processuale. Il percorso si presenta come un attraversamento del tempo inteso come agente attivo, capace di modificare, scavare e riscrivere la materia. Al centro del lavoro di Pasolini vi è un progressivo abbandono dell’idea di controllo assoluto dell’artista. Le opere esposte nascono infatti da una collaborazione serrata con gli elementi naturali, aria, acqua, ossigeno e agenti atmosferici, che intervengono direttamente sulla superficie dei materiali, determinandone l’aspetto finale. Non si tratta di evocazioni simboliche della natura ma di opere generate attraverso la sua azione concreta, in un equilibrio instabile tra intenzione e accadimento. Particolarmente significativi sono i lavori su metallo, sottoposti a lunghi processi di ossidazione. Le superfici, corrose e trasformate, restituiscono segni che ricordano strutture vegetali, mappe geologiche o tracce corporee, senza mai fissarsi in una forma definitiva. Il metallo, emblema di durata e resistenza, viene qui riportato a una condizione di vulnerabilità, rivelando la sua esposizione al mutamento. Il passare del tempo non è suggerito ma letteralmente iscritto nella materia.
A questo nucleo si affiancano due fotografie realizzate in contesti geografici estremi come la Patagonia e il Tajikistan. Lontane da ogni intento documentaristico tradizionale, le immagini invitano a uno sguardo rallentato, concentrato su dettagli marginali e apparentemente secondari. In esse emerge una tensione silenziosa tra fragilità e complessità, che rispecchia la stessa attenzione al limite e all’impermanenza presente nelle opere tridimensionali. Elemento cardine del percorso espositivo è una scultura che fonde corpo umano e forma vegetale: un torso che sostiene, al posto della testa, una grande pianta di agave. L’immagine richiama archetipi antichi e suggestioni mitologiche ma si sottrae a qualsiasi lettura mostruosa. La figura ibrida è piuttosto un simbolo di continuità e trasformazione, un organismo in cui natura e umanità si compenetrano.
Nel percorso Pasolini propone una riflessione urgente sulla presunta separazione tra essere umano e ambiente. Le opere suggeriscono una visione del soggetto come entità attraversata dalle stesse forze che modellano il paesaggio. L’arte si configura così come spazio di relazione, in cui memoria, materia e trasformazione convivono in un equilibrio sempre provvisorio. Nato in Brasile nel 1992, cresciuto a Roma e formatosi tra Londra e New York, l’artista proviene da una solida esperienza nella fotografia documentaria, maturata anche attraverso periodi di lavoro a contatto con minoranze etniche e comunità tribali in Asia. Il suo percorso lo ha condotto progressivamente a mettere in crisi l’idea di realtà come dato stabile e oggettivo, privilegiando invece una visione fluida e mutevole dell’esperienza. Impermanenza, vulnerabilità e collaborazione con la natura sono oggi i punti fermi di una pratica che continua a evolversi nel tempo, proprio come le opere che la compongono.