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Camilla Bertoni
Leggi i suoi articoliSi è aperta alla Fondazione Sandra e Giancarlo Bonollo per l’arte contemporanea di Thiene «Affinità», personale di Pieter Hugo (1976), a cura di Federica Angelucci e aperta fino al 31 gennaio. Prima di questa mostra, organizzata in una giovane realtà di provincia, l’opera del fotografo sudafricano è stata ospitata in una sola istituzione pubblica italiana, il MaXXI di Roma. Alla Fondazione Bonollo è esposta una galleria di ritratti fotografici di persone incontrate negli anni, in diversi contesti geografici e sociali.
Hugo, il suo lavoro è imperniato sul tema del ritratto: perché questa scelta?
Ho iniziato a dedicarmi alla ritrattistica come fotoreporter, anche se non ho avuto molto successo in questa veste. Col tempo ho iniziato a realizzare ritratti, principalmente perché mi permettevano di lavorare in uno spazio collaborativo. Questo si è evoluto nella mia pratica di artista fotografo interessato alle possibilità e ai limiti della ritrattistica. Ho sempre avuto uno sguardo curioso e avventuroso. Entrare in contatto con le persone attraverso la macchina fotografica è il mio modo di dare un senso al mondo e di canalizzare le mie ossessioni e i miei interessi personali per i rituali, le immagini sacre e il lato vulnerabile della condizione umana che tendiamo a tenere nascosto.
In base a che cosa sceglie i suoi soggetti?
A volte sono soggetti, ma il più delle volte agiamo e ci sentiamo piuttosto collaboratori. Le persone tendono ad aprirsi con me e io catturo questo scambio con l’obiettivo. Per strada accade perlopiù in modo intuitivo. Sono appena tornato da Atene, dove da un paio d’anni lavoro a un progetto personale, «catturando» cose e persone negli spazi pubblici. Ho anche una pratica in studio che si presta maggiormente a un approccio tipologico. Tuttavia, anche quando la sessione è strutturata per parametri, come nelle serie «There’s a Place in Hell for Me and My Friends» o «Solus» o «Looking Aside», il risultato è sempre più della somma delle sue parti.
I suoi soggetti sono in posa, non ripresi in momenti di immediatezza: quanto influisce questa scelta nell’indagine tra veridicità e le possibilità del medium fotografico che lei spiega essere centrale nel suo lavoro?
Questa domanda si applica al lavoro in mostra alla Fondazione Bonollo. La maggior parte delle opere esposte rientra in questa categoria, ma in generale molti dei miei ritratti non sono in posa. Tuttavia, c’è un momento nella realizzazione di un ritratto collaborativo in cui avviene uno scambio: fiducia, vulnerabilità, aspettative, luce, ambiente e attrezzatura. Questa collisione è ciò che mi attrae del ritratto collaborativo.
I suoi soggetti spesso si offrono allo sguardo in una dimensione di intimità, del corpo o dei sentimenti: quanto è difficile entrare in questa dimensione con le persone ritratte nelle sue fotografie?
È difficile generalizzare questo processo. Varia a seconda del soggetto, del suo rapporto con la propria immagine, del suo corpo, del suo volto, di ciò che si aspetta da me, di ciò che mi aspetto da lui. Le aspettative vengono spesso scosse, poiché il ritratto diventa un’entità a sé stante, qualcosa che non sono io, né il soggetto, né l’osservatore, si trova in un punto di confluenza.
Nelle sue riflessioni lei parla di «chiaro legame della fotografia con la morte»: può spiegare questo legame?
Una fotografia congela un momento che scivola istantaneamente nel passato. Non appena l’otturatore si chiude, il momento raffigurato svanisce. La fotografia nasce dal desiderio umano di aggrapparsi a persone, luoghi e stati d’animo destinati a svanire. Il ritratto, in particolare, spesso funziona come un talismano contro la scomparsa: il lutto, il ricordo, l’insistenza sul fatto che qualcosa o qualcuno abbia avuto importanza. Esploro l’invecchiamento, il decadimento, la scomparsa e la fragilità del corpo. In questo senso, la fotografia diventa uno strumento filosofico: un modo per guardare direttamente ciò che temiamo o evitiamo, e quindi per confrontarci con la nostra stessa umanità.
Il titolo scelto per questa mostra è «Affinità»: a quali affinità si fa riferimento?
Questa è in realtà una domanda per la curatrice Federica Angelucci. Immagino che lo sguardo diretto nei ritratti della mostra favorisca una forte connessione visiva ed emotiva tra soggetto e spettatore, e poi tra lo spettatore e le sue proiezioni, in un certo senso sé stesso. Le persone confrontano le mie immagini con i propri ricordi, le proprie emozioni e percezioni, proiettano il loro bagaglio, le loro cose, sugli sconosciuti nell’immagine. Il grado di empatia che si prova varia notevolmente a seconda di chi guarda e di come guarda, è un ciclo che si rinnova costantemente.
In mostra ci sono anche immagini tratte dalla serie «There’s a Place in Hell for Me and My Friends» ispirate alla fotografia dermatologica, dove nei volti vengono alterati i colori ed enfatizzati i difetti: quale impatto ha avuto questo ribaltamento delle abitudini percettive nei luoghi dove le fotografie sono state esposte?
Alcune persone hanno riscontrato difficoltà di fronte a questa serie. Non si tratta infatti di ritratti particolarmente empatici, eppure alcuni soggetti hanno anche commentato quanto sia liberatorio stare accanto ai propri difetti e imperfezioni, abbracciando apertamente il proprio «io ombra», per così dire. I ritratti, letti insieme, mettono anche in discussione i concetti di razza e appartenenza, nonché l’impatto dell’ambiente che ci circonda sulla nostra formazione.
Da Roma a una coraggiosa realtà di provincia: qual è il suo personale ritratto dell’Italia attraverso queste differenti esperienze?
Dalla grandeur di Roma al coraggio della Fondazione Bonollo di Thiene, cerco la presenza unica degli individui: vulnerabili, ribelli, umani. L’Italia non è una cartolina, ma un mosaico di vite, ciascuna rivelata silenziosamente.
Una veduta dell’allestimento della mostra «Affinità» alla Fondazione Sandra e Giancarlo Bonollo per l’arte contemporanea di Thiene. Photo © Giovanni Canova