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Il ricordo dello storico dell’arte spagnolo, General manager dell’Aga Khan Trust for Culture, già direttore della Fondazione Caixa di Barcellona e del Getty Conservation Institute
- Luis Monreal
- 09 marzo 2026
- 00’minuti di lettura
Umberto Allemandi
Più divertente di «Le Monde»
Il ricordo dello storico dell’arte spagnolo, General manager dell’Aga Khan Trust for Culture, già direttore della Fondazione Caixa di Barcellona e del Getty Conservation Institute
- Luis Monreal
- 09 marzo 2026
- 00’minuti di lettura
Luis Monreal
Leggi i suoi articoliUn giorno, a Roma, Giovanni Urbani, allora direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro, mi presentò un signore di nome Umberto Allemandi. Ricordo molto bene quell’incontro. Rimasi colpito dalla sua elegante semplicità e dai suoi modi gentili, dal suo modo di parlare pacato e riflessivo, oltre che dal suo entusiasmo, anzi dalla sua passione, per il suo «métier» di editore. Era uscito il primo numero de «Il Giornale dell’Arte» e Umberto era consapevole di trovarsi di fronte alla sfida più grande della sua vita professionale. Credo che stesse vivendo quel momento che rende felici tutti noi, quello in cui si realizza un’idea a lungo accarezzata.
Chi lo ha conosciuto sa quanto impegno Umberto abbia dovuto mettere in campo per consolidare il successo editoriale de «Il Giornale dell’Arte», oggi punto di riferimento obbligato per chi conta nel mondo dell’arte. Ricordo che nel corso di quel primo incontro romano, preludio di una lunga e fedele amicizia, dissi a Umberto: «Il Giornale è un pezzo di giornalismo serio come “Le Monde”, ma molto meglio e più divertente». Umberto rimase pensieroso. Forse rifletteva sul paradosso che giornali della qualità di «Le Monde» abbiano difficoltà di sopravvivenza economica e si preparava mentalmente a una dura battaglia.
Umberto Allemandi è stato illustre rappresentante di una specie, quella dell’editore puro, amante del proprio mestiere, sempre pronto ad affrontare qualsiasi rischio per realizzare le proprie convinzioni. Questa specie è oggi, purtroppo, una «rara avis» minacciata dalla trasformazione dell’attività editoriale in un mercato massificato che contempla solo il risultato finanziario.