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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliLo sguardo, nella pratica di Lucy McKenzie, non è mai neutro: è costruito, orientato, inscritto in dispositivi culturali che ne determinano direzione e potere. Tra rappresentazione e messa in scena, il suo lavoro interroga i meccanismi attraverso cui le immagini organizzano l’esperienza collettiva e contribuiscono alla definizione dei corpi, spesso ridotti a modelli standardizzati all’interno della cultura capitalista.
Dal 21 marzo al 6 settembre 2026, il Crac Occitanie di Sète ospita «Plastic Newspaper», prima personale di Lucy McKenzie a cura di Marie Canet. L’esposizione, inaugurata il 20 marzo, rappresenta la terza tappa di un progetto itinerante avviato nel settembre 2024 presso Z33 a Hasselt, proseguito nel 2025 al k3-Contemporary Art Space di Vienna. Il progetto è realizzato in collaborazione con istituzioni internazionali tra cui Z33, k3-Contemporary Art Space, Galerie Buchholz e Cabinet Gallery, con la partecipazione della Facoltà di Medicina dell’Università di Montpellier.
In questo ciclo, Lucy McKenzie analizza le prime forme di intrattenimento di massa dell’età moderna, soffermandosi sulle innovazioni formali e culturali che hanno contribuito a trasformare la vita quotidiana in uno spettacolo permanente. Tra i riferimenti figurano i panorami dipinti e i luoghi dedicati all’arte, alla scienza e al divertimento, dove si intrecciano dimensione ludica e nascita dello spettatore di massa. Nata nel 1977 a Glasgow, l’artista vive e lavora a Bruxelles. Dopo gli studi al Duncan of Jordanstone College of Art & Design di Dundee, si è specializzata nel trompe-l’œil presso l’Institut Supérieur de Peinture Van der Kelen Logelain. Qui ha acquisito competenze nella pittura decorativa, dalla preparazione delle superfici all’imitazione di materiali come marmo e legno, fino alle tecniche di illusione ornamentale.
Il suo lavoro si colloca nell’ambito della pittura, spesso figurativa e concettuale, e si sviluppa attraverso pratiche di appropriazione che mettono in dialogo tecniche e ambiti apparentemente opposti: tradizione e contemporaneità, design, scultura, culture underground e media di massa. All’interno della mostra, l’esperienza privata entra in relazione con lo spazio pubblico. Due carrozze ferroviarie consentono ai visitatori di sedersi, conversare e osservare un paesaggio dipinto in movimento, montato su un tamburo meccanico.
Tra le opere principali figura «The Faux Sports Shop», una vetrina a grandezza reale realizzata da Atelier E.B, etichetta indipendente fondata nel 2011 da McKenzie e dalla designer Beca Lipscombe. Il progetto richiama la nascita della cultura del consumo di massa e le pratiche di allestimento commerciale di inizio Novecento. Per la tappa di Sète, l’installazione presenta capi in jersey di cotone sviluppati in collaborazione con il marchio portoghese index®.
Dal 2019, l’artista porta avanti una ricerca sui manichini, sviluppando figure che si discostano dalla standardizzazione dei corpi nella cultura capitalista. Tra queste, una serie di assemblaggi combina corpi in plastica con il volto scolpito di Zoya Kosmodemyanskaya, figura della resistenza sovietica giustiziata nel 1941. Ne emerge un ibrido iconografico e politico.
Opere come «Leaning Mannequin (Roman Statue / l’Orage)», mostrano figure trattate come sculture, con riferimenti all’antichità classica e alla storia della moda, mentre «Duchamp Mannequin, 1938» propone una riflessione critica sull’uso del manichino nell’arte, in particolare nel contesto surrealista, riprendendo un gesto di Marcel Duchamp.
Per la mostra di Sète, McKenzie integra anche modelli anatomici in cera provenienti dal museo del dottor Spitzner, oggi conservati presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Montpellier. Questi oggetti, tra cui una «Venere anatomica» e una «Venere partoriente», uniscono finalità educative e dimensione spettacolare, muovendosi tra scienza, curiosità e voyeurismo.
Il titolo «Plastic Newspaper» riprende una metafora della storica Vanessa R. Schwartz, riferita ai media moderni capaci di combinare elementi visivi, sonori e spaziali per rappresentare la realtà. Un principio che si ritrova anche nella pratica narrativa e pittorica dell’artista.
La mostra include inoltre due opere monumentali. «Mural Proposal for Jeffrey Epstein’s New York Townhouse (Filming of American Psycho)» si ispira al film di Mary Harron tratto dal romanzo di Bret Easton Ellis e rielabora un episodio avvenuto sul set. L’intervento propone una riflessione sullo sguardo e sui rapporti di potere, evocando la figura di Jeffrey Epstein.
Il secondo murale, «Cromwell Place (Francis Bacon’s Studio)», prende spunto dalle riunioni clandestine organizzate nello studio londinese di Francis Bacon, trasformato in luogo di gioco illegale frequentato dall’élite economica. In «Plastic Newspaper», la costruzione delle immagini e dei dispositivi espositivi diventa così uno strumento per interrogare le modalità attraverso cui lo sguardo si forma, si orienta e si esercita, tra esperienza individuale e dimensione collettiva.