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Georg Kolbe, «Tänzerinnen-Brunnen», 1922

Courtesy of Grisebach

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Georg Kolbe, «Tänzerinnen-Brunnen», 1922

Courtesy of Grisebach

Quasi 5 milioni per una fontana che il nazismo aveva cancellato

Il trionfo postumo di Georg Kolbe da Grisebach con la statua che era appartenuta a Heinrich e Jenny Stahl, una delle più importanti famiglie ebraiche della  Repubblica di Weimar

Margherita Panaciciu

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Non tutte le aggiudicazioni milionarie raccontano una storia sebbene alcune, talvolta, riescano a chiudere cerchi rimasti aperti per decenni restituendo una seconda vita a vicende che sembravano ormai concluse. È ciò che è accaduto il 4 giugno da Grisebach, a Berlino, quando una straordinaria fontana scultorea di Georg Kolbe è stata venduta per 4.980.000 euro, trasformando una sessione d'asta in un momento di «risarcimento culturale» e giustizia simbolica. A prima vista è una delle grandi opere dell'età d'oro della scultura tedesca: una figura femminile nuda in bronzo dalla patina verde scuro-nera emerge come una visione sospesa sopra una monumentale architettura in pietra calcarea. Il bronzo misura 172 centimetri, mentre l'altezza complessiva della fontana raggiunge i 310 centimetri. La grande vasca circolare sfiora i 3,6 metri di diametro. Sul basamento compare il monogramma «GK» mentre sul retro si legge il marchio della storica fonderia H. Noack Berlin-Friedenau, una delle più prestigiose d'Europa. L'opera apparteneva a Heinrich e Jenny Stahl, una delle più importanti famiglie ebraiche della Berlino della Repubblica di Weimar. Heinrich Stahl fu una figura centrale della comunità ebraica tedesca e uno dei principali sostenitori della cultura moderna. Nel 1922 gli Stahl acquistarono direttamente la fontana da Kolbe, allora all'apice della fama internazionale. Per quasi vent'anni l'opera rimase parte integrante della loro collezione. Poi arrivò il Terzo Reich. Le persecuzioni contro gli ebrei tedeschi colpirono anche patrimoni, biblioteche, collezioni, archivi e opere d'arte. Nel 1941 gli Stahl furono costretti a cedere la fontana a Theodor Dimanow (non una normale transazione commerciale ma una vendita avvenuta sotto la pressione crescente della macchina persecutoria nazista).

 

Dettaglio di «Tänzerinnen-Brunnen», 1922, di Georg Kolbe. Courtesy of Grisebach

Come tragicamente accadde a milioni di ebrei, Heinrich Stahl morì nel campo di concentramento di Theresienstadt nel 1944 e la sua collezione venne dispersa. Per decenni la fontana rimase separata dalla famiglia a cui era appartenuta e solo nel 2026, dopo una complessa ricerca di provenienza e un lungo lavoro di restituzione, l'opera è tornata agli eredi degli Stahl. Pochi mesi dopo però è stata presentata sul mercato. La fontana rappresenta anche uno dei momenti più affascinanti della cultura europea tra Otto e Novecento: l'incontro tra danza, corpo, modernismo e utopia sociale. La storica dell'arte Marietta Piekenbrock ha descritto magnificamente questo clima culturale: «All'inizio era la danza e non la parola». Con questa formula, Piekenbrock richiama la rivoluzione avviata da Rudolf von Laban e dalla nascita della danza espressiva moderna. All'indomani della Prima guerra mondiale, il corpo diventa il luogo privilegiato di una nuova libertà. Monte Verità, in Svizzera, diventa il laboratorio di una generazione che sogna l'«uomo nuovo», la «nuova donna», una società rigenerata attraverso il movimento e l'arte.

Proprio allora Georg Kolbe diventa il grande scultore del corpo moderno: le sue figure infatti sono organismi attraversati dall'energia del movimento, dalla tensione interiore, dall'idea di una trasformazione spirituale. La danza invade gli atelier europei. Rodin a Parigi, Kirchner e gli artisti della Brücke a Berlino, Max Slevogt e Kolbe cercano nuovi modelli, nuovi gesti, nuove posture capaci di rompere con la tradizione accademica. La fontana venduta da Grisebach è una sorta di manifesto di questa stagione. Piekenbrock la definisce una «scultura patchwork multilingue», un'opera costruita come un sistema aperto di riferimenti, un assemblaggio sofisticato di motivi, corpi e simboli provenienti dall'intero universo creativo di Kolbe. La figura femminile centrale inclina il capo all'indietro in un gesto quasi estatico. Sotto di lei si apre una forma che richiama un fiore di loto. Più in basso, tre figure maschili accovacciate sostengono la struttura come antichi atlanti. L'effetto è insomma quello di una coreografia «congelata nel bronzo». Tra gli aspetti più sorprendenti emersi dagli studi recenti vi è l'identificazione del possibile modello delle figure maschili scolpite nella pietra. Si tratterebbe di Mohamed Nur, intellettuale somalo arrivato in Germania nel 1910 nell'ambito di una cosiddetta «mostra etnica» (Völkerschau), una delle manifestazioni coloniali che caratterizzarono l'Europa dell'epoca. Nur si oppose apertamente alle rappresentazioni razziste e folkloristiche che gli organizzatori volevano imporgli. Successivamente collaborò come modello con diversi artisti, tra cui Kolbe e Max Slevogt. La sua biografia attraversa alcune delle contraddizioni più profonde del Novecento europeo: colonialismo, rappresentazione dell'altro, costruzione dell'identità culturale e appropriazione artistica. Se davvero le figure della fontana derivano dal suo corpo, allora l'opera custodisce al proprio interno una storia ancora più complessa, ovvero quella di un intellettuale africano che, suo malgrado, entrò nel cuore dell'avanguardia tedesca. I quasi 5 milioni di euro raggiunti da Grisebach parlano ancora della crescente attenzione verso la ricerca di provenienza e della necessità di affrontare le spoliazioni naziste non come una «nota a piè di pagina» ma come una questione centrale della storia dell'arte europea. Per oltre ottant'anni questa fontana è stata il frammento disperso di una collezione distrutta dalla persecuzione ma oggi, finalmente, è tornata al centro della scena internazionale, celebrata come capolavoro e testimone storico.

 

Margherita Panaciciu, 08 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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