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Nicola Ricciardi
Leggi i suoi articoliCome raccontato nella precedente puntata di questa rubrica, negli anni Sessanta del Novecento sono stati numerosi gli artisti affermati che, consapevoli o no dell’influenza di Marcel Duchamp, presero alla lettera il suo consiglio di non farsi vedere, di muoversi «underground». Un primo caso esemplare è rappresentato da Agnes Martin, artista canadese naturalizzata americana, spesso associata al Minimalismo, ma che considerava sé stessa un’espressionista astratta.
Nata nel 1912 nella provincia del Saskatchewan, in Canada, Martin si era trasferita a New York nel 1957, dando vita ad astrazioni di grande semplificazione, definite da specifiche caratteristiche: il formato quadrato, il monocromo e le griglie disegnate con leggere sfumature. Nell’arco di due anni, tra il 1966 e il 1967, Martin passò dal successo degli esordi (come la partecipazione all’influente mostra «Systemic Painting» al Guggenheim Museum, in rappresentanza del Minimalismo newyorkese) alla fuga dalla città a bordo di un pick-up bianco. Farà perdere completamente le proprie tracce per un anno e mezzo; fino a quando, dopo aver girovagato senza meta tra Stati Uniti e Canada, ricomparirà a Cuba, cittadina a nord di Santa Fe, in New Mexico. Da qui, nel 1971, scriverà all’amico e curatore Sam Wagstaff, rimasto a New York: «Non capisco nulla di tutta la faccenda del dipingere e dell’esporre. Era la cosa che più mi piaceva fare, ma c’era anche l’elemento del cercare di fare la cosa giusta... una sorta di responsabilità. […] Adesso non devo niente a nessuno e non devo più fare nulla».
Tornando sulle ragioni di quella scelta, cinque anni più tardi, Martin la attribuirà a un sentimento di inadeguatezza e a un eccessivo senso di responsabilità che condivideva con un buon numero di artisti americani suoi contemporanei. In quel lasso di tempo, per sua stessa ammissione, Martin non realizzerà alcuna opera. Poi, nella nuova casa da lei stessa costruita in New Mexico, la pittura lentamente farà ritorno, così come le visite di amici, curatori e giovani artisti, che compivano il pellegrinaggio nel deserto solo per conoscerla. Come racconta la storica dell’arte americana Nancy Princenthal, nella sua luminosa biografia dell’artista (Agnes Martin. Her Life and Art, Thames and Hudson, Londra 2015), sul finire degli anni Ottanta Agnes Martin era diventata «una vera ape regina». Il nuovo status si affiancava alla nuova e crescente celebrità internazionale che l’accompagnerà per il resto della sua lunga esistenza, giunta al termine naturale nel 2004. In 92 anni di vita un vuoto di 18 mesi può apparire insignificante. Tuttavia, è impossibile leggere la sua opera senza considerare la sua fuga, il vero prisma su cui si riflette l’aura mistica dei suoi quadri e la frugalità del suo vivere. Come scriveva Susan Sontag ne L’estetica del silenzio, pubblicato in quegli stessi anni, «la sconfessione dell’opera diventa una nuova ragione della sua validità, un certificato di serietà incontestabile».
Nicola Ricciardi è dal 2020 il direttore della fiera miart di Milano
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