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Dopo i Macchiaioli nel 2024 e la Belle Époque nel 2025, il programma espositivo di Palazzo Martinengo prosegue lungo il filo della storia con la mostra «Liberty. L’arte dell’Italia moderna» (dal 24 gennaio al 14 giugno), curata da Manuel Carrera, Davide Dotti e Anna Villari. Il percorso esplora la declinazione italiana di quel movimento sovranazionale che qui prese il nome di Stile floreale o Liberty (dal nome dei lussuosi magazzini londinesi che lo diffusero ovunque), in Francia di Art Nouveau, nel Regno Unito di Modern Style, in Germania di Jugendstil, in Austria (seppure con caratteristiche pro-prie) di Sezessionstil, imponendo ovunque linee flessuose ed eleganti ispirate a una natura «addomesticata», che di quella cultura visiva era la protagonista, insieme alla figura femminile (coerentemente, anche, con l’affacciarsi del nuovo ruolo della donna nella società). Fu un gusto che non investì solo pittura, scultura, architettura ma si estese anche a molti altri ambiti espressivi: grafica, moda, fotografia, arti applicate e perfino l’allora nascente mondo del cinema. La mostra «Liberty», organizzata dall’Associazione Amici di Palazzo Martinengo, ricostruisce attraverso 100 opere di importanti collezioni pubbliche e private lo scenario culturale ed estetico dei primi 15 anni del ’900, intrecciando tutti questi linguaggi. Ne parliamo con Davide Dotti.
L’ultima grande mostra su questa stagione artistica è stata quella di Forlì, al Museo di San Domenico, del 2014. Quali sono le specificità del vostro progetto?
Quella mostra resta un punto di riferimento ma poiché non volevamo crearne un clone, oltre a pittura, scultura e arti decorative, abbiamo inserito sezioni innovative come la fotografia, con figure primarie come Emilio Sommariva, Mario Nunes Vais, Guido Rey o la principessa Anna Maria Borghese, una delle prime fotografe italiane. Una sala è poi dedicata al cinema e al fenomeno allora nascente del divismo cinematografico: dopo le grandi attrici teatrali come Eleonora Duse e le sorelle Gramatica, la prima diva italiana di fama internazionale del cinema muto fu Lyda Borelli, di cui abbiamo ottenuto dalle Cineteche di Roma e di Bologna le celebri pellicole di «Ma l’amor mio non muore» (1913), «Fior di male» (1915) e «Rapsodia satanica» (1917), esibite insieme ad arredi coevi e a suoi ritratti (di Aroldo Bonzagni e Aleardo Terzi) o di fotografi del tempo. Ogni sala è stata concepita come una piccola Wunderkammer in cui convivono espressioni differenti del Liberty, anche per evidenziare la volontà del tempo di fondere le arti.
Sarà rappresentata anche la moda, che liberò la donna da stecche e busti?
Certamente, con abiti meravigliosi e mai esposti prima provenienti da una collezione bresciana (una fra le prime in Europa), ora studiati e restaurati. Ma non solo: anche le bellissime ceramiche di Galileo Chini sono state prestate da un unico collezionista, che per la prima volta ha concesso 20 pezzi.
Si può dire che il Liberty e gli altri stili affini incarnarono il gusto della borghesia trionfante? E che il Liberty rappresentò «un’altra modernità» rispetto alle avanguardie coeve?
La mostra ha in effetti un taglio fortemente borghese perché era quella la classe che commissionava palazzi, sculture e dipinti. E certamente quel gusto rappresentava la modernità: l’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna di Torino del 1902, che sancisce l’avvio di quest’avventura, recitava nello statuto: «Non potranno ammettersi le semplici imitazioni di stili del passato». In mostra lo confermano, oltre al celebre manifesto di Leonardo Bistolfi, dipinti magnifici di Giorgio Kienerk, Amedeo Bocchi, Ettore Tito, Gaetano Previati, Plinio Nomellini, Mario Reviglione, G.B. Carpanetto ed Elizabeth Chaplin: tutti grandi artisti e tutti rappresentati da veri capolavori, oltre a un’enorme tela di Vittorio Matteo Corcos conservata nei depositi di Palazzo Barberini a Roma. E per la scultura ci sono opere di Bistolfi, Edoardo Rubino, Libero Andreotti e Raffaele Romanelli, di pari qualità.
Giorgio Kienerk, «L’enigma umano (Il dolore, Il silenzio, Il piacere)», 1900, Pavia, Musei Civici del Castello Visconteo