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Gianfranco Ferroni
Leggi i suoi articoliRoma ricorderà il regista Ettore Scola (Trevico, 1931-Roma, 2016), in occasione del decennale della morte, con una mostra a Palazzo Braschi. È una promessa che porta la firma dell’assessore capitolino alla Cultura Massimiliano Smeriglio. Scola, che ha diretto film come «C’eravamo tanto amati» (1974), «Brutti, sporchi e cattivi» (1976), «Una giornata particolare» (1977), «Ballando ballando» (1983), «La terrazza» (1980), «La famiglia» (1987) e «Che ora è» (1989), nato a Trevico nel 1931, ha attraversato decenni di storia del cinema italiano. Le star del grande schermo hanno avuto Scola come regista, cominciando con Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassmann e Ugo Tognazzi, e lui fu l’autore delle parole della famosissima lettera dei fratelli Caponi nel film «Totò, Peppino e la… malafemmina» diretto da Camillo Mastrocinque nel 1956.
«La terrazza», del 1980, è stato uno straordinario affresco della vita culturale capitolina, dominata dalla Rai e dalla politica, con lo stesso Scola pronto ad ammettere l’obiettivo della pellicola: «Volevo che fosse la commedia per eccellenza, la commedia sulla commedia, la commedia autocritica degli autori della commedia, di una generazione di intellettuali romani». Un ritratto di una sinistra romana, da sempre diversissima da quella presente nel resto dell’Italia, vista dall’interno, dove la massima preoccupazione è la distribuzione di recensioni d’autore, encomi solenni, programmi televisivi, premi e statuette. Scola è stato anche un protagonista assoluto nel Pci, impegnato nelle battaglie dedicate alla Biennale di Venezia (indimenticabili le sue conversazioni con Antonello Trombadori), e l’istituzione lagunare gli assegnò il premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker 2013 della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, un riconoscimento dedicato «a una personalità che abbia segnato in modo particolarmente originale il cinema contemporaneo». In quell’occasione Alberto Barbera, in qualità di direttore, disse che Scola «dagli esordi in qualità di scrittore satirico per il Marc’Aurelio, sino all’ultimo, bellissimo omaggio all’amico Federico Fellini», si «è imposto come uno degli autori più importanti del cinema italiano. Ha contribuito in maniera decisiva a renderlo grande e a farlo apprezzare in tutto il mondo, prima come sceneggiatore e poi come regista. Il premio è un modo per riconoscere il debito per i tanti regali che ci ha fatto nel corso di una lunghissima, esemplare carriera artistica».
Roma, testimone dei suoi film, ha da tempo dato il nome di Scola al teatro all’aperto della Casa del Cinema, a Villa Borghese. Walter Veltroni, già sindaco della Capitale, ex ministro per i Beni Culturali, ha ricordato sul «Corriere della Sera» «quella mattina del 2016» quando «ci ritrovammo, Giuseppe Tornatore ed io, avvertiti da Silvia e Paola Scola, in uno stanzone freddo del Policlinico, non era una camera ardente, in cui era stato deposto momentaneamente il corpo di Ettore, improvvisamente privato delle sue virtù maggiori: la parola e il sorriso». Era un’amicizia profonda, tanto che Veltroni sente ancora oggi «l’assenza delle sue telefonate quasi quotidiane, il piacere di uno scambio di idee su quello che stava accadendo, il privilegio di un racconto, l’allegria di una battuta caustica». Scola, che ha «investigato il mondo delle idee, ben piantando il suo cinema nella storia. Ha denunciato, con amore, l’inizio della crisi della militanza comunista», sottolinea Veltroni, «all’alba degli anni Ottanta in un film, “La terrazza”, che, con la tenerezza di chi apparteneva a quel mondo con radicata convinzione e non ha mai smesso di farlo seguendone le evoluzioni, metteva in luce lo smarrimento e il disagio degli ideali di giustizia al cospetto di una società che poteva finire col far dire, uso una battuta di “C’eravamo tanto amati”, “volevamo cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi”».
Una vita da «napoletano di montagna», come amava dire lo stesso Scola in un autoritratto che sembrava voler nascondere la sua origine irpina, e dove la fortuna volle mettere al suo fianco uno sceneggiatore d’eccezione, raffinatissimo, come Vincenzo Cerami. Un regista che si divertiva a inserire nei cast gli amici del mondo della politica come Renato Nicolini, storico assessore capitolino alla Cultura, l’inventore dell’effimero, l'intellettuale capace di riportare nelle strade i romani dopo la stagione del terrorismo, con folle oceaniche portate all’Arco di Costantino a vedere le proiezioni del colossal «Napoléon» di Abel Gance.
Da Palazzo Braschi i cimeli di Scola si affacceranno su uno spazio unico, quella Piazza Navona che fu anche il titolo di una serie di sei film per la tv, nel 1988, diretti da giovani registi da lui coordinati per raccontare storie di amore e amicizia che si svolgono nell'arco di una giornata, circondati dai monumenti, con Mastroianni pronto a interpretare se stesso come spettatore, dove non mancavano Sergio Castellitto, Mariangela Melato, Alessandro Haber. Sarà una mostra imperdibile.