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Michela d’Ecclesiis
Leggi i suoi articoliInvitata per la carta bianca della Biennale di Aix-en-Provence 2026, Jeanne Vicerial (1991), artista francese (rappresentata dalla Galerie Templon) che esplora il tessile come linguaggio scultoreo intrecciando tecniche artigianali, ricerca scientifica e sperimentazione tecnologica, ha concepito la mostra-percorso «Incarnation», sviluppata in quattro diversi spazi: la Cappella della Visitazione, il Musée des Tapisseries, il Pavillon de Vendôme e il Musée Granet. Curata da Christel Pelissier-Roy, direttrice dei musei di Arte e di Storia di Aix-en-Provence, e aperta fino al 4 ottobre, «Incarnation» dialoga attivamente con il programma di una biennale giovanissima e multidisciplinare, operante alle pendici della montagna di Sainte Victoire, un archetipo visivo imprescindibile nel palinsesto della storia dell’arte che esorta alla persistenza dell’atto creativo.
Il lemma «incarnation» è sinonimo di «avatar» o «personificazione» ed è proprio questa riflessione etimologica a marcare l’intero percorso espositivo, agendo da fil rouge tra le diverse sedi della mostra. Difatti, tale definizione concettuale abita le varie serie di sculture tessute esposte in mostra, dalle «Vénus ouvertes» alle «Puppa», dai «Sex Voto» alle «Gisantes», fino alle «Présence», per poi riaffiorare alla coscienza nelle pratiche performative dell’artista.
Incarnazione non è solo un titolo, è la cifra della «filosofia della composizione» e della pratica artistica di Vicerial. Avviene quando l’artista si abbiglia di fiori, quando realizza abiti con fili e corde per i danzatori del Ballet Preljocaj, quando tesse i volumi delle sue sculture ginoidi o veste la statuaria antica, confermando una grammatica visiva già emersa alla Gipsoteca di Villa Medici nel 2020, e che oggi si rinnova idealmente nelle sale e negli spazi della Biennale d’Aix.
Per la Cappella della Visitazione, Jeanne Vicerial cura una messa in scena immersiva, sostenuta dalle parole di Claire Martin e dalle note di un profumo composto per l’occasione. In particolare, una cascata di fili si congiunge al ventre della scultura «Gisante de coeur» (2022) bianca, reinterpretazione contemporanea dell’effigie giacente che vegliava sulle tombe medievali. Dietro di lei, è distesa sull’altare centrale del presbiterio una gisante tessuta in nero, da considerare come sorella o ombra. Le altre sculture, facenti parte delle serie «Puppa», «Gisantes» e «Présence», sono disposte sugli altari laterali e nelle nicchie devozionali. Tra di esse, c’è anche posto per una rappresentazione della maternità, con l’opera «Présence à l’enfant» (2022). A tale riguardo, in un colloquio successivo all’apertura della mostra, l’artista esprime l’importanza che dà alla dimensione esperienziale: «Durante il montaggio, ho osservato come le persone si spostavano nello spazio e ho orientato il percorso espositivo. Sapevo, però, che la gisante bianca sarebbe stata il baricentro». Al contempo, l’interazione con le sue sculture è un nervo scoperto che ha portato l’artista a porsi e porre delle domande circa il tema del consenso: «Mi avvalgo del profumo, fragranze che io stessa concepisco, per sopperire al fatto che le sculture non si possono toccare. Ho pensato alla possibilità di renderle tattili, per venire incontro alle persone non vedenti, ad esempio. Per adesso, esse non possono acconsentire». Per un’artista così attenta ai perimetri della presenza-assenza e alla corporeità femminile, il tema è coerente e ne definisce un certo grado di contemporaneità.
Jeanne Viceral, «Vénus ouverte #2,», 2020, Galleria Templon. Courtesy dell'artista e di Templon, Paris – Brussels – New York. Photo © Laurent Edeline.
Immagini d'allestimento alla Chappelle de la Visitation. Foto © Charlotte Delrieu
Vicerial racconta di aver costruito una mitologia femminile nutrita dalle tradizioni greco-romana, norrena e giapponese, riflettendo alla violenza che le attraversa. Su come le sue sculture occupino lo spazio, dice: «Non sono lascive e non attaccano; hanno il loro carapace». Come le sue creazioni, gli interventi di Vicerial, sullo spazio come sui corpi, di pietra o di carne, non aggrediscono. Alla galleria delle sculture del Musée Granet, i fili sono annodati discretamente alle opere antiche e nella galleria dei busti, dove soltanto gli uomini sono rappresentati, due sculture femminili anonime, in bronzo, restituiscono presenza a chi è stato reso invisibile. Ascoltandola e osservando le sue opere, si intende che la questione femminile non si risolva in una reazione collerica. Non trascende nemmeno in una dimensione immateriale. Il corpo è lì, anche quando è perturbante: i fili sottili come muscoli, le corde spesse come epidermide e i fiori in luogo degli organi.
Il capitolo espositivo del Pavillon de Vendôme ruota attorno alle soglie del corpo, visto dall’esterno e svelato dall’interno, e alla sua metamorfosi. In questo spazio convivono i «Sex Voto» e la «Venus ouverte #2», immersi in uno spirito di Wunderkammer, in cui la gerarchia del vivente si dissolve e si apre la contemplazione tra il corpo umano, il mondo animale e naturale. Invece, il Musée des Tapisseries riporta l’attenzione alla tecnica tessile, il principio dell’opera di Vicerial, esponendo anche gli oggetti di lavoro, i disegni di moda, i libri anatomici, i modelli antropometrici, le maquette e i costumi creati per l’opera-balletto «Atys». La formazione di Vicerial, dal master all’Ecole des Arts Décoratifs al Dottorato SACRe (Sciences, Arts, Création, Recherche) della Scuola Normale di Parigi, rivela l’aderenza a una certa postura critica che cerca anche nel contenuto la ragion d’essere di un’opera d’arte. Il suo lavoro è speculazione intellettuale e realizzazione tecnica che si spinge fino a brevettare il «tricotissage», un sistema ispirato all’intreccio muscolare umano che permette di realizzare l’intera struttura dell’opera direttamente da un unico filo. Da questa comunione scaturisce la capacità di dare vita a sculture dotate di un’aura propria, manifesta nella gravità e nella rispettabilità che esse impongono, e nel sublime di quelle linee che evocano insieme il corpo umano e il mondo delle piante e degli insetti. A questa si aggiunge la maestria manuale e la consapevolezza dell’abito su misura, una seconda pelle che asseconda il corpo in ogni suo gesto: elementi che permettono a Jeanne Vicerial di occupare, con rigore e grazia, le trame dell’arte e del design.