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Redazione
Leggi i suoi articoli«C’è stato un tempo, piuttosto lungo in verità, durante il quale, che tu fossi un artista o un critico, se non eri su “Flash Art” non eri nessuno.
Allora l'Italia pullulava di riviste d’arte indipendenti, quasi tutte nate in provincia: “Tema celeste” a Siracusa, “Titolo” a Perugia, “Segno” a Pescara, “Juliet” a Trieste, solo per fare alcuni nomi. Ognuno si portava dietro una sua specificità: alcune avevano uno stretto legame con il territorio e gli artisti locali, altre perseguivano una propria coerenza estetica come una sorta di militanza, altre - in particolare “Tema celeste” diretta dal critico Demetrio Paparoni - si ripromettevano di diffondere in Italia certe esperienze internazionali, soprattutto americane. Tutte hanno svolto un lavoro prezioso ma solo “Flash Art” dettava la linea. In o out: da questo poteva dipendere la fortuna di un artista. A fondarla, nel 1967 a Roma, è Giancarlo Politi, provinciale anche lui, di Trevi, un piccolo borgo in Umbria. Dopo alcuni anni, Politi trasferisce “la redazione” - che poi non era altri che lui stesso più qualche aiuto provvisorio e volontario - a Milano.
Insegnante negli istituti d’arte, nel 1956 aveva vissuto un primo momento di celebrità partecipando a Lascia o raddoppia? come esperto di poesia italiana contemporanea. All’inizio “Flash Art” usciva nel formato giornale, con una foliazione ridotta e le foto in bianco e nero, sul quinto numero fu pubblicato uno dei primi testi di Germano Celant, Arte Povera. Appunti per una guerriglia. Dal 1979 il formato divenne da libro tascabile, con la copertina tricolore, il saggio di Achille Bonito Oliva La Transavanguardia italiana fu il bestseller artistico dell’anno. Basterebbero questi due esempi a dimostrare il fiuto di “Flash Art” nel saper arrivare in anticipo sulle cose e consacrarle. Tutti i principali curatori e giornalisti d’arte sono passati da lì, per alcuni è stato un trampolino di lancio; per i più bravi e fortunati Giancarlo Politi e la sua rivista hanno rappresentato la svolta nel percorso di una vita. Da ragazzo agognavo scrivere per “Flash Art”, perché bastava un articolo o una rubrica per essere presi seriamente in considerazione dal pubblico.
Ci sono arrivato a trent’anni e ho collaborato per circa un decennio, quando i caporedattori - Giacinto Di Pietrantonio, Elio Grazioli, Roberto Pinto, Emanuela De Cecco - gestivano un potere non indifferente sul mondo dell’arte italiana. In seguito, la figura del redattore interno o del collaboratore di punta si è evoluta assumendo tratti manageriali, ed esibire il biglietto da visita con il logo “Flsh Art” significava possedere le credenziali per cominciare una carriera folgorante: Francesco Bonami, Massimiliano Gioni, Gianfranco Maraniello, Andrea Bellini, Cecilia Alemani sono partiti da lì. Senza contare chi scriveva sull’edizione internazionale, redazione di New York, che veniva scelto accuratamente da Helena Kontova, arma letale contro ogni forma di provincialismo, il campo di battaglia sul quale Politi era impegnato ogni giorno, insistendo su quanto il sistema dell’arte in Italia fosse un campionato dilettanti mentre all’estero si giocavano le partite vere [...].»
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