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Riccardo Deni
Leggi i suoi articoliDa Cortina 1956 a Milano Cortina 2026. Settant'anni di storia e sport, che si presentano ad appassionati e collezionisti sotto forma di oggetto. Un oggetto dal profondo valore simbolico, in grado di tornare ancora più dietro nel tempo, di raccogliere nella sua fiamma tutte le mani degli atleti che l'hanno stretta, e idealmente le mani che hanno stretto gli esemplari che l'hanno preceduta, e che la seguiranno.
Il 6 febbraio 2026, mentre a Milano e Cortina si accenderà ufficialmente la fiamma dei Giochi Olimpici Invernali, un altro fuoco riprenderà il suo percorso. Si tratta della torcia olimpica dei Giochi di Cortina 1956, proposta in asta da Cambi Casa d’Aste. Un oggetto raro, un cimelio sportivo, un testimone della competizione per eccellenza. In lega di alluminio, disegnata da Ralph Lavers - designer che ha contribuito a definire l’immaginario olimpico del dopoguerra - la torcia porta incisa una data e un luogo più che mai attuali: Cortina, Olimpiadi, Italia.
La torcia non arriva da un caveau o da una misteriosa collezione anonima, bensì dalla raccolta personale di Nicola Manganaro, responsabile dei servizi telefonici durante i Giochi del 1956. Un uomo che non scese in pista, ma rese possibile l’infrastruttura invisibile dell’evento. I suoi collaboratori gliela donarono a fine Olimpiade, come si faceva allora: senza pensare al mercato, senza immaginare il futuro, ma per dire «c’eravamo». Oggi è il nipote a consegnare questo frammento di memoria collettiva al presente.
E che memoria. La fiamma di Cortina 1956 non nacque a Olimpia, come da rituale moderno, ma sul Campidoglio, nel Tempio di Giove. Un dettaglio che racconta un’Italia diversa, ancora in cerca di un equilibrio tra classicità e modernità. Da Roma a Cortina il viaggio fu un racconto epico. Auto, aereo, gondola lungo il Canal Grande, poi a piedi, sui pattini, sugli sci. Un’Italia che si muoveva lentamente, ma con ambizione. Un Paese che scopriva la televisione - le prime riprese olimpiche in diretta - e imparava a vedersi allo specchio.
Nella staffetta finale c’erano i grandi nomi dello sport italiano. Adolfo Consolini, Zeno Colò, Severino Menardi. E poi Guido Caroli, ultimo tedoforo, che accese il braciere nello Stadio del Ghiaccio davanti a un pubblico che, forse senza saperlo, stava assistendo all’ingresso definitivo dell’Italia nella modernità olimpica.
Settant’anni dopo, quella torcia torna a parlarci mentre discutiamo di sostenibilità, di eredità olimpica, di infrastrutture e identità. In un’epoca in cui tutto sembra destinato a essere immediatamente archiviato, questo oggetto ci ricorda che il valore non sta solo nell’evento, ma in ciò che resta: le storie, le mani che hanno passato il testimone, le vite che si sono intrecciate attorno alla sua fiamma.
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