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Particolare di «Pietà Spirituali», il dipinto attribuito nelle scorse settimane a Michelangelo

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Particolare di «Pietà Spirituali», il dipinto attribuito nelle scorse settimane a Michelangelo

Suscita forti dubbi «Pietà Spirituali», il dipinto recentemente attribuito a Michelangelo

«Non ha nulla a che vedere» con il maestro fiorentino, dice lo storico dell’arte David Ekserdjian, professore emerito all’Università di Leicester, una delle voci più importanti sull’arte rinascimentale italiana

Roberto Mercuzio

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Nelle scorse settimane è stato pubblicato un corposo studio, firmato dallo storico dell’arte belga Michel Draguet, già direttore, per 18 anni, dei Musées Royaux des Beaux-Arts di Bruxelles, sulla scoperta di una nuova opera di Michelangelo, raffigurante una Pietà (gli è stato dato il titolo di «Pietà Spirituali»), che lo studioso attribuisce alla mano del maestro fiorentino e data agli anni ’40 del Cinquecento.

L’annuncio è stato subito accolto con un diffuso scetticismo nel mondo degli studi. Lo storico dell’arte David Ekserdjian, professore emerito all’Università di Leicester, in Gran Bretagna, una delle voci più importanti sull’arte rinascimentale italiana, esperto di Parmigianino, Correggio e Michelangelo, interpellato da «The Art Newspaper» ha dichiarato: «Questo dipinto, in termini di stile artistico, non ha nulla a che vedere con Michelangelo».

Più in generale diversi esperti, tra cui la storica dell’arte Cristina Acidini e la direttrice dei Musei Vaticani Barbara Jatta, hanno suggerito di prendere le ultime attribuzioni a Michelangelo con le dovute cautele, dato che provengono da ricerche indipendenti su cui non si è ancora formato un consenso da parte della comunità scientifica. In un’intervista a «The New York Times» Francesco Caglioti, professore di Storia dell’arte alla Scuola Normale Superiore di Pisa, le ha descritte come esempi di «un approccio alla Dan Brown applicato alla storia dell’arte». «È un processo lento: le attribuzioni si stabiliscono nel corso di decenni, non di giorni», ha aggiunto Caglioti.

Il dipinto in questione è entrato nel mercato alcuni anni fa. Nel giugno 2020 figurava nel catalogo della casa d’aste Wannenes di Genova, dove era descritto come opera di anonimo, databile tra Cinque e Seicento. Nel febbraio 2024 l’opera è stata acquistata da due collezionisti belgi che intendono rimanere anonimi. Secondo Draguet, che conosce da lunga data i collezionisti, avendo preso in prestito opere da loro quando era ai vertici dei Musées Royaux, al momento essi non intendono vendere il dipinto, ma piuttosto concederlo in prestito a un museo, al fine di promuovere lo studio e il dibattito storico artistico. «In qualità di filantropi di lunga data, sono convinti che si tratti di un Michelangelo e che, pertanto, debba far parte di una collezione pubblica».

Quando sul dipinto hanno scoperto due monogrammi che sembrerebbero firme di Michelangelo, i due collezionisti hanno chiesto a Draguet se avrebbe accettato l’incarico di sostenerne l’autografia. «Mi sono lanciato in questa impresa un po’ per sfida», dice ora lo studioso.

Le analisi tecniche condotte dall’Istituto Reale per il Patrimonio Culturale del Belgio confermano che la tavolozza e la tela del dipinto risalgono al XVI secolo. Esse certificano che i monogrammi sono stati dipinti prima che si formassero le screpolature sulla superficie pittorica e confermano anche la presenza di quelli che sembrano i numeri 1-5-4 accanto a uno dei monogrammi, che potrebbero costituire una data incompleta.

Draguet, che si fregia anche dell’appartenenza all’Accademia Reale delle Scienze, Lettere e Belle Arti del Belgio e di una cattedra presso l’Université Libre di Bruxelles, basa la sua proposta di attribuzione principalmente sul fatto che tali monogrammi erano in uso all’epoca in cui il dipinto fu realizzato e che essi sono omogenei con quelli attribuiti all’artista in libri di riferimento come il Dictionnaire critique et documentaire des peintres, sculpteurs, dessinateurs & graveurs (1924) di Emmanuel Bénézit.

Come prova della mano di Michelangelo, lo studioso menziona i riflessi rossastri attorno alle forme della composizione, le pennellate multidirezionali che rendono sia la carnagione sia il tessuto e la posa scultorea di Cristo sostenuto dalla Vergine Maria con le braccia tese. Questa iconografia venne poi diffusamente adottata da molti artisti.

Dal canto suo Ekserdjian evidenzia però altre circostanze. Michelangelo era, come egli stesso afferma, «incredibilmente famoso per non amare la pittura». «Ci sono i primi dipinti, dice Ekserdjian, e ovviamente c’è la Cappella Sistina, e ci sono due affreschi nella Cappella Paolina al Vaticano. Ma questo è tutto». A suo avviso, la domanda fondamentale da porsi è: se questo fosse un Michelangelo, e una composizione così influente da essere poi copiata così abbondantemente, perché nessuno avrebbe saputo finora che l’aveva dipinto lui?

Inoltre, dice lo storico dell’arte, Michelangelo «non era uno che firmava… era famoso per non apporre il proprio monogramma». È risaputo, aggiunge, che l’unica opera che Michelangelo abbia effettivamente firmato è la Pietà scolpita nella Basilica di San Pietro, in Vaticano. Nelle sue Vite, Vasari racconta come l’artista abbia inciso «Michelangelo Buonarroti, fiorentino, ha fatto questo» sulla fascia della Vergine, dopo aver sentito per caso dei visitatori attribuire erroneamente l’opera a «il Gobbo», noto anche come Cristoforo Solari.

Quella di Michelangelo, inoltre, è una produzione, dice Ekserdjian, documentatissima, soprattutto grazie ai suoi biografi. «Michelangelo, tra gli artisti del XVI secolo, è senza dubbio il più documentato in termini di biografia artistica, perché abbiamo Vasari nel 1550 e Ascanio Condivi, che scrive una biografia di Michelangelo in totale autonomia nel 1553; infine Vasari viene ampliato e corretto nel 1568. […]

Questi studiosi, se lui avesse dipinto un’opera del genere, avrebbero sicuramente avuto qualcosa da dire al riguardo».

Draguet afferma tuttavia di essere aperto a essere smentito. Citando il Salvator Mundi di Leonardo da Vinci e i Caravaggio emersi negli ultimi anni in Spagna, dice di volere trasparenza, «un vero dibattito pubblico, che opere del genere, ahimè, suscitano troppo raramente».

«Pietà Spirituali», il dipinto attribuito nelle scorse settimane a Michelangelo

Roberto Mercuzio, 16 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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