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Sorry I Gave Birth, I Disappeared, But Now I Am Back, Andi Gáldi Vinkó

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Sorry I Gave Birth, I Disappeared, But Now I Am Back, Andi Gáldi Vinkó

Terzo giorno da Arles | L’assenza come autoritratto

Nel percorso FotoHaus dei Rencontres d’Arles, Andi Gáldi Vinkó interroga la fotografia trasformando la sua maternità in una riflessione estetica ed esistenziale. L’alternanza fra immagini osservate e immagini costruite introduce una distanza attraverso cui l’esperienza quotidiana può essere osservata ed elaborata in prospettiva anche da chi la sta vivendo

Rosalba Cignetti

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La prima immagine arriva quasi come un incidente domestico. Sullo schermo di uno smartphone compare il sorriso irregolare di una bambina, con i denti da latte appena caduti; poco più avanti, un dettaglio ravvicinato del corpo di una madre che allatta. Sono due fotografie di Sorry I Gave Birth, I Disappeared, But Now I Am Back, il progetto con cui la fotografa ungherese Andi Gáldi Vinkó entra nel percorso di FotoHaus Arles 2026, una delle esposizioni associate ai Rencontres d’Arles. Il titolo è una dichiarazione diretta: «Scusate, ho partorito, sono scomparsa, ma ora sono tornata». Prima ancora di parlare di maternità, parla di assenza: dell’interruzione improvvisa di un percorso artistico e della necessità di ricostruirlo. Il progetto occupa uno dei sette capitoli di De cœur et de sang. Faire famille aujourd’hui, il tema scelto da FotoHaus per il 2026. La famiglia è il filo conduttore dell’intero percorso espositivo, una realtà mutevole fatta di legami biologici e relazioni elettive, migrazioni, memoria, identità, trasmissione fra generazioni convivono nelle varie mostre attraverso prospettive differenti. Pietro Bologna torna alla Sicilia come luogo d’origine, Verdiana Albano ricostruisce la propria storia afro-tedesca, Soum Eveline Bonkoungou racconta la diaspora burkinabé. I progetti collettivi di FREELENS & Hamburg Portfolio Review, della Deutsche Fotografische Akademie e della Hochschule für Gestaltung di Offenbach riflettono invece sulle genealogie culturali, sulle relazioni tra maestri e allievi e sulle trasformazioni della famiglia contemporanea. La mostra fa parte del progetto FotoHaus Arles, il format espositivo ideato da ParisBerlin>fotogroup e associato alle Rencontres d’Arles. Inserito nel percorso tematico «Come Together» del festival, FotoHaus dedica l’edizione 2026 a «De cœur et de sang. Faire famille aujourd’hui», riunendo negli spazi della Fondation Manuel Rivera-Ortiz sette mostre dedicate ai diversi modi di costruire la famiglia contemporanea. Da oltre vent’anni l’associazione fondata da Christel Boget lavora per creare collaborazioni tra istituzioni, fotografi, gallerie, editori e collezionisti, facendo della fotografia contemporanea uno spazio di confronto europeo.  Il lavoro di Andi Gáldi Vinkó si concentra invece sul momento della nascita della figlia, un evento che modifica radicalmente la vita di una donna e la sua identità di artista.

Una gravidanza interrompe una carriera che stava prendendo slancio. Da quel momento la macchina fotografica cambia funzione. Non registra più soltanto il mondo esterno, diventa il luogo in cui osservare una trasformazione quotidiana fatta di stanchezza, cura, tempo frammentato e continua ridefinizione di sé. La mostra presenta il suo lavoro come un diario visivo, alternando fotografie documentarie e immagini costruite, senza separare mai nettamente le due dimensioni. La cronaca della vita familiare convive con immagini costruite, facendo convivere esperienza vissuta ed elaborazione personale. L’allestimento rinuncia a qualsiasi immagine rassicurante della maternità. Le immagini attraversano il corpo durante e dopo la gravidanza, mostrano il disordine della casa, i segni della fatica, l’allattamento, l’esaurimento fisico, ma anche momenti di vicinanza e di gioco. Il percorso procede per contrasti: alla fatica fisica seguono immagini di gioco, ai corpi segnati dalla gravidanza gesti di intimità familiareb. La maternità emerge come esperienza fisica prima ancora che simbolica, fatta di trasformazioni concrete che incidono sul tempo, sul lavoro e sull’identità. Il titolo della mostra restituisce questa cesura. «Sono scomparsa» non indica un’assenza dal mondo, ma la percezione di essere uscita temporaneamente dal sistema dell’arte. L’arrivo di una figlia ridefinisce priorità, ritmi e possibilità operative. La pratica artistica si interrompe, per poi riprendere in una forma diversa. Le fotografie raccontano questo passaggio senza cercare un equilibrio rassicurante, sottolineando le contraddizioni che accompagnano la maternità contemporanea: la solitudine, i tabù che ancora la circondano, il divario continuo fra ambizione personale e responsabilità della cura, la difficoltà di conciliare il lavoro creativo con la presenza costante richiesta da bambini molto piccoli.

La biografia dell’artista contribuisce a spiegare questa prospettiva. Nata a Budapest nel 1982, Andi Gáldi Vinkó ha studiato all’Università Moholy-Nagy di Budapest, all’École Penninghen di Parigi e storia dell’arte all’Università Eötvös Loránd. La sua ricerca si è spesso concentrata sulla costruzione dell’identità femminile, ma in questo lavoro il punto di osservazione cambia radicalmente: la maternità non è più un tema fra gli altri, è l’esperienza che riorganizza ogni aspetto della pratica fotografica, trasformando la vita quotidiana nel principale spazio di indagine. La maternità non viene trasformata in una categoria astratta. Gáldi Vinkó lavora su episodi concreti: il latte, la pelle, i giochi, gli oggetti che invadono la casa, il corpo che cambia, il tempo scandito dalle esigenze di una bambina. Le fotografie costruiscono un archivio della vita quotidiana che acquista un valore più ampio perché rinuncia a qualsiasi eccezionalità. La maternità appare come un’esperienza totale, capace di ridefinire contemporaneamente spazio domestico, lavoro, relazioni e percezione di sé. Immagini di forte immediatezza si alternano ad altre più costruite. Questa oscillazione è uno degli elementi centrali del progetto. La fotografia documentaria registra la realtà di giornate fatte di stanchezza, cura e ripetizione; le immagini messe in scena introducono invece una distanza che permette di riflettere su ciò che quella realtà produce. È il doppio registro attraverso cui l’artista mette in discussione la rappresentazione culturalmente idealizzata della maternità, facendo emergere sentimenti meno raccontati: vulnerabilità, isolamento, ambivalenza, senso di perdita e desiderio di continuare a essere presente come fotografa oltre che come madre. È anche questo il motivo per cui Sorry I Gave Birth, I Disappeared, But Now I Am Back dialoga con il tema generale di FotoHaus. De cœur et de sang. Faire famille aujourd’hui non affronta la famiglia come un modello unico, ma come una costellazione di relazioni continuamente ridefinite. All’interno di questo quadro la maternità raccontata da Gáldi Vinkó rappresenta uno dei momenti in cui la famiglia nasce e allo stesso tempo quello in cui l’identità individuale viene rimessa radicalmente in discussione. Il diario personale diventa di Andi Gáldi Vinkó diventa il punto di partenza per interrogare una condizione condivisa da molte donne: la necessità di ridefinire il proprio lavoro quando la maternità interrompe tempi, abitudini e prospettive professionali. L’esperienza personale diventa così il punto di partenza per raccontare una condizione condivisa da molte donne, chiamate a ridefinire il proprio lavoro dopo la nascita di un figlio. Gáldi Vinkó non cerca una sintesi né propone un modello. Le sue fotografie tengono insieme fatica e gioia, perdita e scoperta, mostrando come la maternità cambi profondamente la vita senza cancellare l’identità artistica, ma costringendola a trovare una forma nuova.

Third Day in Arles | Absence as Self-Portrait

In the FotoHaus section of the Rencontres d’Arles, Andi Gáldi Vinkó explores photography by transforming her motherhood into an aesthetic and existential reflection. The alternation between observed and staged images creates a distance through which everyday experience can be observed and processed from a broader perspective, even by those living through it

The first image appears almost like a domestic mishap. The uneven smile of a little girl, whose baby teeth have just fallen out, appears on a smartphone screen; a little further on, a close-up detail of a mother’s body as she breastfeeds. These are two photographs from Sorry I Gave Birth, I Disappeared, But Now I Am Back, the project with which Hungarian photographer Andi Gáldi Vinkó is participating in FotoHaus Arles 2026, one of the exhibitions associated with the Rencontres d’Arles. The title is a direct statement: “Sorry, I gave birth, I disappeared, but now I’m back.” Even before addressing motherhood, it speaks to absence: the sudden interruption of an artistic journey and the need to rebuild it. The project occupies one of the seven chapters of De cœur et de sang. Faire famille aujourd’hui, the theme chosen by FotoHaus for 2026. Family is the central theme of the entire exhibition series; a constantly evolving reality made up of biological ties and chosen relationships, migration, memory, identity, and intergenerational transmission coexist across the various exhibitions through different perspectives. Pietro Bologna returns to Sicily as his place of origin; Verdiana Albano reconstructs her own Afro-German history; Soum Eveline Bonkoungou tells the story of the Burkinabé diaspora. The group projects by FREELENS & Hamburg Portfolio Review, the Deutsche Fotografische Akademie, and the Hochschule für Gestaltung in Offenbach, meanwhile, reflect on cultural genealogies, the relationships between mentors and students, and the transformations of the contemporary family. The exhibition is part of the FotoHaus Arles project, an exhibition format conceived by ParisBerlin>fotogroup and associated with the Rencontres d’Arles. As part of the festival’s “Come Together” thematic program, FotoHaus dedicates its 2026 edition to “De cœur et de sang. Faire famille aujourd’hui,” bringing together seven exhibitions at the Fondation Manuel Rivera-Ortiz that explore the various ways of building the contemporary family. For over twenty years, the association founded by Christel Boget has worked to foster collaborations between institutions, photographers, galleries, publishers, and collectors, making contemporary photography a space for European dialogue.  Andi Gáldi Vinkó’s work, on the other hand, focuses on the moment of her daughter’s birth—an event that radically transforms a woman’s life and her identity as an artist.A pregnancy interrupts a career that was gaining momentum. From that moment on, the camera takes on a new function. It no longer merely records the outside world; it becomes the lens through which to observe a daily transformation marked by fatigue, care, fragmented time, and a continuous redefinition of the self. The exhibition presents her work as a visual diary, alternating between documentary photographs and staged images, without ever clearly separating the two dimensions. The chronicle of family life coexists with staged images, bringing together lived experience and personal interpretation. The exhibition forgoes any reassuring portrayal of motherhood. The images capture the body during and after pregnancy, showing the clutter of the home, signs of fatigue, breastfeeding, physical exhaustion, but also moments of closeness and play. The exhibition unfolds through contrasts: physical fatigue is followed by images of play; bodies marked by pregnancy are followed by gestures of family intimacy. Motherhood emerges as a physical experience even before it is a symbolic one, consisting of concrete transformations that affect time, work, and identity. The exhibition’s title reflects this shift. “I Have Disappeared” does not indicate an absence from the world, but rather the perception of having temporarily stepped outside the art world. The arrival of a daughter redefines priorities, rhythms, and practical possibilities. Artistic practice is interrupted, only to resume in a different form. The photographs chronicle this transition without seeking a reassuring balance, highlighting the contradictions that accompany contemporary motherhood: loneliness, the taboos that still surround it, the constant tension between personal ambition and the responsibilities of caregiving, and the difficulty of reconciling creative work with the constant presence demanded by very young children. The artist’s biography helps explain this perspective. Born in Budapest in 1982, Andi Gáldi Vinkó studied at the Moholy-Nagy University of Art and Design in Budapest, at the École Penninghen in Paris, and art history at Eötvös Loránd University. Her work has often focused on the construction of female identity, but in this project the point of view shifts radically: motherhood is no longer just one theme among others; it is the experience that reorganizes every aspect of her photographic practice, transforming daily life into the primary space of inquiry. Motherhood is not reduced to an abstract category. Gáldi Vinkó works with concrete moments: milk, skin, toys, the objects that fill the home, the changing body, and time marked by the needs of a young child. The photographs build an archive of daily life that gains broader significance precisely because it eschews any sense of the extraordinary. Motherhood emerges as a total experience, capable of simultaneously redefining domestic space, work, relationships, and self-perception. Images of intense immediacy alternate with more staged ones. This oscillation is one of the central elements of the project. Documentary photography captures the reality of days filled with fatigue, care, and repetition; the staged images, on the other hand, introduce a distance that allows for reflection on what that reality produces. It is through this dual register that the artist challenges the culturally idealized representation of motherhood, bringing to light less frequently expressed feelings: vulnerability, isolation, ambivalence, a sense of loss, and the desire to continue being present as a photographer as well as a mother. This is also why Sorry I Gave Birth, I Disappeared, But Now I Am Back engages with the overarching theme of FotoHaus: De cœur et de sang. *Faire famille aujourd’hui* does not approach the family as a single model, but as a constellation of continually redefined relationships. Within this framework, the motherhood depicted by Gáldi Vinkó represents one of the moments in which the family is born and, at the same time, the moment in which individual identity is radically called into question. Andi Gáldi Vinkó’s personal diary serves as the starting point for exploring a condition shared by many women: the need to redefine one’s work when motherhood disrupts schedules, habits, and professional prospects. Personal experience thus becomes the starting point for exploring a condition shared by many women, who are called upon to redefine their work after the birth of a child. Gáldi Vinkó does not seek to synthesize nor does she propose a model. Her photographs bring together struggle and joy, loss and discovery, showing how motherhood profoundly changes life without erasing artistic identity, but rather forcing it to find a new form.

Rosalba Cignetti, 08 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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