Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliBaik vuole che le sue opere evochino un sogno. Strano, ma familiare. Questa poetica, radicata nell’incertezza del presente, trova ora una nuova espressione alla 193 Gallery di Parigi, che presenta la sua prima personale francese. Dal 25 aprile al 13 giugno 2026, gli spazi di rue Béranger ospitano «Have You Ever Fallen in Love?», una mostra che indaga le dinamiche affettive e relazionali e segna il debutto dell’artista sudcoreano con la galleria. E il titolo funziona come una domanda diretta, quasi una provocazione. “Ti sei mai innamorato?” domanda l’artista, invitando il fruitore a confrontarsi con la complessità dell’amore, non come idillio romantico ma come spazio di vulnerabilità, ironia e disincanto.
Nato nel 1990 in Corea del Sud, Hyangmok Baik sviluppa una pittura costruita per immagini dense e immediate. Le superfici sono materiche, spesso stratificate, con una forte presenza fisica del colore. Le prospettive risultano appiattite, quasi negate, mentre le cromie si accostano senza gerarchie, in combinazioni imprevedibili. L’immagine non si costruisce per profondità ma per urto, accumulo, sovrapposizione. Il suo lavoro si muove attraverso un sistema di riferimenti eterogenei. Testi biblici, mitologia, storia dell’arte si intrecciano con elementi quotidiani e frammenti anacronistici. Figure umane, nature morte e parti anatomiche convivono nello stesso spazio visivo, spesso senza una gerarchia narrativa stabile. Il risultato è una costruzione aperta, in cui le immagini sembrano restare in uno stato di continua definizione.
Il processo pittorico è altrettanto non lineare. Come racconta l’artista: «A volte inizio un dipinto dopo aver completato uno schizzo meticoloso. Altre volte, comincio a lavorare spontaneamente. L'elemento comune a tutti i miei dipinti, al loro inizio, è che partono con l'applicazione di vari colori su una tela bianca, senza aderire ad alcuna regola o metodo».
Questa libertà operativa si riflette in un linguaggio visivo attraversato da umorismo nero e disincanto. Le immagini oscillano tra leggerezza e tensione, restituendo una sensibilità contemporanea segnata da instabilità e ambivalenza. Al centro della ricerca resta una dimensione onirica. Non intesa come fuga dal reale, ma come modalità di osservazione. Le figure sono spesso semplificate, cancellate, ridotte a segni essenziali. Si muovono in spazi indefiniti, dove la percezione è volutamente incerta. «Le mie opere prendono spunto dalle persone e dalla vita quotidiana che ci circonda. Dalle conversazioni informali alle persone che ci stanno intorno, tutto appare nebuloso e grigio, come in un sogno, ma espresso con grande chiarezza. Tutti gli elementi delle mie opere sono stati mescolati e riorganizzati dalla mia immaginazione per creare un'unica storia»
La cancellazione dei volti e la perdita di definizione delle espressioni diventano un passaggio centrale del suo lavoro, legato a una riflessione più ampia sulla percezione contemporanea. «Stiamo perdendo le nostre espressioni facciali in questi giorni, volevo dirvelo come la persona senza labbra. Personalmente, desidero che attraverso le mie opere abbiate la sensazione di aver appena fatto un sogno. Un sogno strano, decisamente strano, ma che vi sembri familiare, come se provenisse dal profondo della vostra memoria».
Pur radicata nel presente, la pittura di Baik si inserisce in un dialogo con la tradizione. L’uso di colori crudi, la deformazione delle figure e la costruzione emotiva delle immagini richiamano James Ensor, mentre la tensione psicologica e la dimensione interiore rimandano a Edvard Munch. Non si tratta di citazioni dirette, ma di affinità di linguaggio e atmosfera. In questo quadro si inserisce la mostra parigina, che concentra e organizza questi elementi in una struttura narrativa aperta. «Have You Ever Fallen in Love?» mette in scena situazioni relazionali instabili, in cui le figure non assumono mai ruoli definiti. Le opere non descrivono l’amore, ma lo mostrano come condizione mobile, fatta di scarti, tensioni e sovrapposizioni. In una delle tele, un uomo fuma davanti all’Albero dell’Eden mentre Adamo, Eva e il serpente osservano la scena. In altre, le relazioni si ricompongono continuamente, senza mai stabilizzarsi. Le dinamiche tra i personaggi restano aperte, spesso ambigue, costruite su equilibri precari.
Un elemento ricorrente è la figura del cigno bianco. Il termine coreano baegjo (백조) richiama direttamente il cognome dell’artista, introducendo una stratificazione linguistica che si aggiunge a quella visiva. L’immagine ritorna come segno costante, quasi un filo sotterraneo che attraversa la mostra. Per la prima volta, il progetto include anche una serie di lavori su carta. Più essenziali nella costruzione, ma coerenti con lo stesso sistema visivo. Accanto alle tele, ampliano il campo della mostra verso una dimensione più immediata e diretta, senza modificare la struttura complessiva del lavoro.
Hyangmok Baik, «What Love First Pierced 1», 2026. Courtesy 193 Gallery.