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Alessandro Piangiamore Te lo prometterò 2025 Still da video, 1 h 44’ 43”

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Alessandro Piangiamore Te lo prometterò 2025 Still da video, 1 h 44’ 43”

Tra Etna e arcobaleni: la ricerca di Alessandro Piangiamore

Alla Repetto Gallery di Lugano la prima personale dell'artista negli spazi della galleria ripercorre una ricerca sviluppata nell'arco di oltre vent'anni. Tra polvere, terra vulcanica, vetro, luce, profumo e memoria, Alessandro Piangiamore costruisce un linguaggio che tenta di dare forma a ciò che per natura sfugge: il tempo, il ricordo, la trasformazione e la fragilità dell'esperienza.

Sophie Seydoux

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Ci sono artisti che lavorano sulle immagini. Altri che lavorano sulle idee. Alessandro Piangiamore appartiene a una categoria più rara: quella degli artisti che lavorano sulle condizioni stesse dell'apparizione. La mostra «La polvere ci mostra che la luce esiste», ospitata dalla Repetto Gallery di Lugano fino al 26 giugno, costituisce una sorta di sintesi provvisoria di una ricerca sviluppata negli ultimi due decenni e costruita attorno a una domanda costante: come dare forma a ciò che per natura tende a dissolversi. La polvere evocata nel titolo, tratto da una riflessione di Georges Didi-Huberman, diventa il punto di partenza di un'indagine che attraversa tutta la pratica di Piangiamore. La polvere è infatti una presenza paradossale: invisibile nella quotidianità, appare soltanto quando viene attraversata dalla luce. È materia minima, residuo, traccia. Allo stesso tempo è ciò che rende visibile qualcosa che altrimenti non vedremmo.

Questa tensione tra presenza e sparizione attraversa l'intero percorso dell'artista. Nato a Enna nel 1976, Piangiamore ha costruito negli anni una ricerca profondamente legata agli elementi naturali e alle loro qualità percettive. Terra, cenere, vento, luce, profumi, fiori, piume, polvere e vetro diventano materiali attraverso cui interrogare questioni più ampie: il tempo, la memoria, la trasformazione della materia, il rapporto tra controllo e casualità. La Sicilia resta il fondale permanente di questo immaginario. Non come elemento identitario o folklorico, ma come struttura mentale. L'Etna, presenza costante nella sua formazione visiva e sentimentale, compare indirettamente in molte opere attraverso la terra vulcanica, le ceneri, il nero profondo dei materiali. Un paesaggio insieme fertile e distruttivo che diventa metafora di una natura in continua trasformazione.

Tra le opere più emblematiche figurano gli Ieri Ikebana, serie avviata negli anni scorsi e ancora centrale nel suo percorso. Fiori e vegetali vengono impressi direttamente nel cemento, creando immagini che si collocano in una zona intermedia tra scultura, fossile e reliquia. Non si tratta di rappresentazioni della natura, ma di registrazioni fisiche della sua presenza. La riflessione richiama la nozione di impronta elaborata da Didi-Huberman: immagini ottenute per contatto, dove la forma nasce da una traccia diretta e non da una rappresentazione. In questo senso Piangiamore non raffigura il mondo naturale, ma ne conserva una memoria materiale.

Lo stesso principio attraversa lavori storici come La cera di Roma, ciclo iniziato nel 2012 utilizzando la cera consumata nelle chiese della capitale. Residui di devozioni individuali vengono rifusi e trasformati in grandi superfici cromatiche che appaiono quasi astratte. A interessare l'artista non è soltanto l'esito visivo, ma il processo di sedimentazione del tempo che quelle opere incorporano. La mostra di Lugano insiste inoltre su un altro elemento ricorrente della sua ricerca: l'arcobaleno. Da anni Piangiamore lavora attorno a questa immagine sfuggente e quasi impossibile da possedere. L'arcobaleno è reale e insieme irraggiungibile. Esiste soltanto in relazione a una particolare condizione di luce e a uno specifico punto di osservazione. È presenza e illusione allo stesso tempo. Opere come After-Life, Giove pittore di farfalle o il recente video Te lo prometterò si confrontano proprio con questa tensione. La luce viene catturata, deviata, trasformata in fenomeno visibile, ma continua a sottrarsi a ogni tentativo di fissazione definitiva. È qui che emerge una delle componenti più interessanti del lavoro di Piangiamore: la sua distanza sia dalla tradizione puramente concettuale sia dalla semplice fascinazione per la materia. L'artista sembra interessato a una terza via, dove l'opera nasce dall'incontro tra controllo e perdita di controllo.

Già in cicli come Tutto il vento che c'è, avviato nel 2008, il vento diventa coautore dell'opera. La materia viene lasciata agire. Il caso interviene nel processo. L'artista rinuncia a una parte della propria autorità per lasciare spazio a dinamiche che appartengono alla natura stessa dei materiali. Questa attenzione all'imprevisto costituisce una delle eredità più interessanti dell'Arte Povera e di certa tradizione concettuale italiana, pur senza trasformarsi in citazione o dipendenza. Piangiamore appartiene infatti a una generazione chiamata a confrontarsi con una storia ingombrante. La sua risposta consiste nell'assorbire quella lezione per costruire un linguaggio autonomo, più lirico che teorico, più percettivo che ideologico. In questo senso la mostra assume anche un valore generazionale. La polvere, in fondo, è il residuo di ciò che è stato. La luce è ciò che permette di vederla. Tra queste due condizioni si colloca l'intera ricerca di Piangiamore: un lavoro che continua a interrogare la possibilità di trattenere qualcosa del mondo prima che scompaia.

Sophie Seydoux, 09 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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