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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliAlla fiera Nada New York, che in questi giorni riunisce gallerie emergenti e pratiche sperimentali, il tessile sembra essersi imposto come uno dei linguaggi più incisivi per raccontare identità, migrazioni e memorie sommerse. Stoffe, ricami e patchwork diventano strumenti attraverso cui molti artisti rileggono storie familiari, coloniali e sociali. In numerosi stand, il tessuto agisce infatti come una superficie viva capace di trattenere tracce di lavoro, appartenenza e trauma. È il caso dell’artista messicano-statunitense Griselda Rosas, che durante gli anni della pandemia ha recuperato la pratica del cucito domestico lavorando direttamente al tavolo della cucina con una macchina da cucire. Il filo, nelle sue opere, sostituisce il pennello: immagini ispirate ai codici coloniali messicani vengono prima dipinte e poi ricamate, in una sovrapposizione di gesto pittorico e memoria manuale che richiama le strategie di sopravvivenza tramandate dalle donne della sua famiglia.
Anche Polina Osipova utilizza il tessile come strumento di scavo storico. Le sue installazioni sospese incorporano fotografie familiari stampate su tessuto, evocando la cultura della regione ciuvascia prima del processo di russificazione. Il supporto stesso diventa così una forma di resistenza culturale: morbido, fragile, ma ostinato nel custodire ciò che la storia ufficiale tende a cancellare. Diverso ma complementare il lavoro di Keith Lafuente, che affronta il tema del lavoro globale e delle disuguaglianze economiche. L’artista impiega scarti provenienti dalle lavorazioni della maison Oscar de la Renta per ricreare i patchwork utilizzati nelle Filippine come stracci domestici. In una scultura cinetica dedicata all’industria dei servizi filippina, uno dei principali motori economici del paese, il tessile assume il valore ambiguo di merce, residuo e testimonianza del lavoro invisibile.
In altri casi, il tessuto diventa un’estensione della biografia personale. Nello stand di Voltz Clarke Gallery, Ruth Owens costruisce lightbox rivestiti di stoffe decorate che ospitano scene dipinte tratte dalla propria storia familiare. Nata nell’allora Germania Ovest e cresciuta per i primi anni dalla nonna tedesca mentre i genitori si spostavano per ragioni militari, Owens rievoca nelle opere episodi di separazione e appartenenza spezzata. Le stoffe che avvolgono l’installazione intrecciano riferimenti alla tradizione batik nigeriana con motivi vegetali di ascendenza britannica, componendo una genealogia affettiva e diasporica.
Ciò che emerge con forza dalla fiera è il modo in cui il tessile riesce oggi a sottrarsi all’idea decorativa cui è stato a lungo relegato. La sua forza risiede proprio nella capacità di attivare una relazione tattile con la storia: cucire, stratificare, rattoppare diventano azioni che parlano di memoria collettiva e vulnerabilità contemporanea.
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