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Veduta di una sala del Museo di Troia, presso il sito archeologico dell’antica Troia in Turchia

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Veduta di una sala del Museo di Troia, presso il sito archeologico dell’antica Troia in Turchia

Troia non è soltanto mito e rovine, ma era una città vera che è vissuta per più di tremila anni

Nove strati uno sull’altro, nel corso del XIII secolo a.C. era sotto il regno di Hatti, contesa tra Ittiti e Micenei per la sua posizione geografica tra il Mar Nero e il Mar Egeo

Per molti di noi Troia è la città del mito, cantata da Omero nell’Iliade, contesa tra dèi ed eroi e tragicamente distrutta dall’esercito guidato da Agamennone. Troia, però, è anche un sito archeologico che si trova in Turchia nord-occidentale a Hisarlık Höyük. È stata riportata alla luce da Heinrich Schliemann nel corso di una serie di campagne archeologiche condotte tra il 1870 e il 1889 e successivamente dalle indagini di altri importanti archeologi quali Carl Blegen, Manfred Korfmann e ora Rüstem Aslan. Oggi le rovine di Troia sono visitabili all’interno di un Parco archeologico nei pressi del quale sorge anche un bellissimo museo inaugurato nel 2018.

Troia non è soltanto mito e rovine, ma era una città vera che è vissuta per più di tremila anni, dall’inizio del III millennio a.C. fino all’età bizantina. Nel corso di questo lunghissimo periodo Troia ha visto distruzioni, ricostruzioni, abbandoni e riedificazioni, godendo di periodi di splendore seguiti da fasi di oblio.

Convenzionalmente, si riconoscono nove età della città di Troia numerate progressivamente dalla più antica alla più recente. Le fasi I, II, III e IV si datano al III millennio a.C.; la fase finale di Troia II costituisce il contesto archeologico nel quale si inserisce il magnifico tesoro rinvenuto da Schliemann e da lui, almeno in un primo momento, erroneamente attribuito alla mitica età di Priamo. Le fasi V, VI e VII coprono l’intero II millennio a.C., mentre Troia VIII e IX appartengono al millennio successivo.

Com’è noto, questa città era chiamata Troia e anche Ilio nelle fonti classiche in greco e latino. Omero, nell’Iliade, spiega questi due toponimi come entrambi derivati da nomi di persona; Troo sarebbe stato un mitico re e fondatore della città e uno dei suoi figli si chiamava Ilo. Non sappiamo come fosse appellata la città nel III millennio, mentre invece ne conosciamo il nome per quanto riguarda la seconda metà del II millennio a.C. e questo grazie alle fonti ittite.

Nell’Età del Bronzo Tardo (1500-1200 a.C.) gran parte dell’Anatolia era sotto il controllo del regno ittita di Hatti; i sovrani di questo regno, emerso nello scenario politico dell’Asia occidentale antica all’inizio del XVII secolo a.C., avevano fin da subito intrapreso campagne militari sia in Siria che in Anatolia occidentale, nell’ottica di conquistare sempre nuovi territori. Nella seconda metà del XV secolo a.C. il re ittita Tuthaliya I portò il suo esercito in Anatolia occidentale e combatté contro una coalizione di nemici, tra i quali vi erano anche le città di Wilusa e di Taruisa. Si ritiene ormai in maniera unanime che Wilusa sia l’adattamento alla lingua ittita e alla scrittura cuneiforme del toponimo Ilios. Taruisa, invece, corrisponde al nome di Troia e potrebbe far riferimento alla regione della Troade.

In questa epoca il sito di Troia/Wilusa comprendeva una cittadella di modeste dimensioni circondata da una possente cinta muraria e un’ampia città bassa protetta da un fossato e da una palizzata lignea. L’esistenza della città bassa era già stata ipotizzata da Schliemann e ha trovato poi conferma negli scavi successivi. Dalla città bassa, tuttora in corso di indagine e per ora conosciuta solo parzialmente, si accedeva alla cittadella attraverso le porte urbiche, delle quali la principale era quella meridionale. Nel corso del XIII secolo a.C. venne costruita una rampa di accesso lastricata che rendeva questa porta ancora più monumentale. La cittadella conserva evidenze archeologiche soltanto degli edifici lungo le mura, mentre quelli che si trovavano sulla sommità sono stati erasi dalle fondazioni del grande tempio di Atena costruito in età classica. Tra gli edifici non conservati vi era, verosimilmente, anche il palazzo del re di Troia/Wilusa. Sempre dalle fonti ittite, infatti, sappiamo che la città era retta da un re e conosciamo i nomi di tre sovrani che hanno regnato nel XIII secolo a.C.: Kukkuni, Alaksandu e Walmu. Il re ittita Muwatalli II concluse, intorno al 1280 a.C., un trattato di subordinazione con Alaksandu; questo documento, scritto su una tavoletta di argilla in lingua ittita, è visibile nel Museo di Troia. Alaksandu è la forma, documentata nei testi ittiti cuneiformi, del nome greco Alexandros, attestato al femminile anche in una tavoletta micenea.

Trovare un re di Troia che porta un nome greco, ma è anche subordinato al regno ittita, non deve stupirci. Infatti, Troia, per quanto verosimilmente abitata da genti anatoliche luvie e ittite, aveva stretti contatti con i regni micenei. Alaksandu, dunque, potrebbe essere un miceneo che aveva preso il potere nella città, oppure essere nato dal matrimonio tra il precedente sovrano della città e una principessa micenea. Inoltre, per tutto il corso del XIII secolo a.C. Troia è una città contesa tra Ittiti e Micenei; la sua posizione geografica, a controllo della via marittima che collegava il Mar Nero al Mar Egeo, era la sua principale ricchezza, ma al tempo stesso era la sua condanna perché la rendeva una preda appetibile per entrambi, la superpotenza del regno ittita e i regni micenei. Il trattato con Alaksandu ci dice che gli Ittiti dovettero intervenire con un esercito per rimettere Alaksandu sul trono di Troia/Wilusa dopo che egli ne era stato allontanato a seguito o di un attacco nemico o di un colpo di stato. Altri due documenti ittiti di età successiva fanno riferimento a una conflittualità tra Ittiti e Micenei per il controllo su Troia.

Questa contesa non sfociò mai in un unico, grande scontro tra il regno di Hatti e il regno di Micene, che le fonti ittite chiamano Ahhiyawa, cioè «(il paese degli) Achei». Piuttosto, si trattò di un gioco sottile e prolungato di mosse e contromosse: da un lato i Micenei, intenti a incrinare l’autorità ittita sulla città con interventi mirati e condotti a volte da intermediari; dall’altro Hatti, determinato a ricucire ogni frattura e a ristabilire il proprio controllo. Non fu, dunque, la guerra cantata da Omero, ma una sequenza di tensioni, scontri indiretti e strategie ripetute nel tempo, un conflitto che si trascinò per quasi un secolo. Un’eco di questa lunga rivalità tra Anatolici e Greci micenei, mai davvero risolta, potrebbe aver attraversato le generazioni, sopravvivendo persino ai secoli bui che segnarono la fine del II millennio a.C. e l’alba del successivo. Trasformata dal racconto e dalla memoria, essa finì forse per diventare il seme da cui germogliò il grande affresco narrativo della tradizione omerica.

 

Stefano de Martino è presidente del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi per il Medio Oriente e l’Asia di Torino-Crast, già docente di Ittitologia nell’Ateneo torinese e autore, tra l’altro, del volume da poco in libreria Troia, l’eterna illusione  (il Mulino, Bologna 2026)

Rilievi dal Sebasteion di Afrodisia, santuario romano del I secolo d.C. dedicato alla dea Afrodite e agli imperatori della dinastia Giulio-Claudia, nell’antica Caria (Turchia sud-occidentale) conservati nel Museo Archeologico di Afrodisia

Stefano de Martino, 19 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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