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David Landau
Leggi i suoi articoliLa mostra di David Hockney alla Serpentine Gallery si colloca in un momento di ridefinizione del rapporto tra pittura e contemporaneità. Al centro, A Year in Normandy, fregio lungo novanta metri che registra il ciclo delle stagioni nello studio normanno dell’artista. L’opera, concepita durante il periodo di isolamento pandemico, si inserisce in una linea di ricerca coerente: la traduzione del tempo in immagine. Il riferimento all’Arazzo di Bayeux non è citazione formale, ma dispositivo strutturale. La pittura assume una dimensione narrativa continua, in cui lo spazio diventa sequenza e il paesaggio si trasforma in durata.
Il contesto londinese introduce un secondo livello di lettura. Il dialogo con Kensington Gardens mette in tensione rappresentazione e realtà, costruendo una relazione diretta tra il tempo osservato e quello vissuto. Il fregio non è solo memoria di un luogo, ma esercizio dello sguardo. Hockney insiste su un punto preciso: la pittura come pratica di attenzione. In un sistema visivo dominato dalla produzione incessante di immagini digitali, il suo lavoro rivendica la lentezza come metodo. Guardare diventa un atto deliberato, non automatico.
Questa posizione ha implicazioni più ampie. La pittura, spesso data per marginale rispetto ai media contemporanei, riafferma qui una funzione cognitiva. Non rappresenta semplicemente il mondo, ma ne organizza la percezione. Il tempo lungo del fregio si oppone alla frammentazione dell’immagine digitale, proponendo una continuità che richiede presenza. La prima esposizione alla Serpentine consolida la posizione di Hockney come autore ancora operativo e capace di produrre nuovi modelli di visione.