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René Magritte, Les grâces naturelles, (circa 1961)

Christie’s

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René Magritte, Les grâces naturelles, (circa 1961)

Christie’s

Un’opera di Magritte esposta al Musée di Bruxelles andrà in asta da Christie’s

In vendita il 5 marzo a Londra, il lavoro presenta uno dei motivi più celebri e insistiti dell’artista: l’uccello-foglia, creatura ibrida sospesa tra regno vegetale e animale

Camilla Sordi

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C’è sempre, nell’universo di René Magritte, un punto esatto in cui il mondo smette di essere ciò che crediamo e comincia a rivelarsi per ciò che potrebbe essere. Le immagini, che sembrano immobili, si ritrovano all'improvviso in uno stato di perenne trasformazione. È in questo spazio sospeso che si colloca «Les grâces naturelles», dipinto in cui la metamorfosi non esplode mai del tutto, ma rimane promessa, una possibilità irrisolta.

L'opera sarà il lotto di punta della prossima The Art of the Surreal Evening Sale di Christie’s, in programma il 5 marzo 2026 a Londra. La tela, rimasta per venticinque anni nella stessa collezione privata e ora proposta in asta per la prima volta, è stimata 6,5-9,5 milioni di sterline. Realizzato intorno al 1961, il dipinto rappresenta uno dei momenti più alti e meditativi della produzione tarda di Magritte, tanto da essere stato esposto in modo permanente al Musée Magritte di Bruxelles sin dalla sua apertura nel 2009. 

Al centro dell’opera ritorna uno dei motivi più celebri e insistiti dell’artista: l’uccello-foglia, creatura ibrida sospesa tra regno vegetale e animale. Un simbolo che allontana la sua interpretazione dal mero gioco combinatorio di forme, per farsi una sorta di indagine sul processo del divenire. Le figure non sono ancora uccelli, ma non sono più foglie. Esistono in un tempo intermedio, fragile, in cui l’identità non è mai definitiva. Magritte affrontò questo tema in diciotto dipinti nel corso della sua carriera, a partire dagli anni Quaranta, probabilmente ispirato dalla vista di una voliera osservata dalla finestra della sua casa di Bruxelles. Con «Les grâces naturelles» l’artista vi ritorna quasi vent’anni dopo, con una consapevolezza nuova, condensando l’intero percorso in una delle due versioni di maggiori dimensioni mai realizzate.

A differenza delle prime declinazioni del motivo, qui le creature non abitano un paesaggio aperto. Lo spazio è compresso da un fitto fondale di foglie bluastre, ripetute con meticolosa precisione fino a trasformarsi in una superficie decorativa e al tempo stesso claustrofobica. La profondità viene annullata, lo sguardo trattenuto. In primo piano, un solo uccello tende le ali, come se stesse per completare la metamorfosi. È un gesto minimo, eppure carico di aspettativa. Il volo è imminente, ma non avviene mai. Magritte lascia la scena congelata nell’istante che precede l’evento, fedele alla sua poetica del dubbio e della sospensione.

La forza dell’opera risiede proprio in questa irresolutezza. La trasformazione non è un atto spettacolare, ma un processo silenzioso, quasi domestico, che si consuma davanti agli occhi senza mai compiersi. È la stessa logica che attraversa molte delle opere più riuscite di Magritte, dove l’enigma non chiede di essere risolto, ma abitato. Non sorprende che l’artista, negli anni Sessanta, guardasse al proprio passato per rielaborare i temi che riteneva più fertili dal punto di vista poetico.

A proposito di rielaborazione, dello stesso soggetto esiste anche una versione scultorea del 1967, venduta proprio da Christie’s nel 2024, stabilendo il record mondiale d’asta per una scultura di René Magritte. Un segnale ulteriore di come questa immagine, apparentemente quieta, continui a esercitare una forte attrazione sul mercato e sull’immaginario collettivo.

Camilla Sordi, 23 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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