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Umberto Allemandi

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Umberto Allemandi

Usurante per i collaboratori, ma di una sensibilità fuori dal comune

La dedica, in occasione dei 70 anni di Umberto Allemandi, del giornalista che «lanciò» Fenoglio

Felice Campanello

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Sono convinto che Umberto Allemandi sarebbe riuscito a fare uno straordinario libro d’arte anche con l’orario ferroviario. Non so come si possano combinare Piero della Francesca, Michelangelo, Rembrandt, Correggio, Caravaggio, Picasso, Matisse con le stazioni, le partenze, gli arrivi, le coincidenze, ma lui non ci avrebbe pensato due volte. E alla fine, invece di una guida grigia piena di numeri, avremmo avuto pagine brillanti piene di immagini. Che forse ci farebbero perdere il treno o dimenticare di scendere arrivati a destinazione, ma che renderebbero divertente e indimenticabile qualsiasi viaggio su rotaia.

La sensibilità, l’intuito di Allemandi andavano al di là delle sue competenze specifiche. Ambienti, quadri, sculture non bastano per concepire una monografia, un catalogo, una mostra. Non è soltanto la grandezza di un’arte e di un artista che ogni volta vuole riproporre ma ciò che di inedito e clamoroso si scopre nella loro interpretazione, le novità che mettono in discussione gli studi, i libri del passato. A volte è sufficiente una pennellata per dare emozioni folgoranti che pochi sanno percepire. Come quel frammento di muro giallo che, nella «Veduta di Delft» di Vermeer, sprigiona una luce abbagliante su cui Marcel Proust scrisse una pagina indimenticabile della Recherche.

Anche la serie dei suoi libri floreali ha ben poco di botanico. I suoi fiori sono nature morte, rose begonie, tulipani che sbocciano sulle pagine con la grazie delle ninfee di Monet nella luce della sera.

Allemandi è stato un grande editore perché era imprevedibile e frenetico, usurante per i suoi collaboratori, stremati dal lavoro ma sicuri di avere tra le mani libri di grande prestigio.

Felice Campanello, 09 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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