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Stand della galleria WG alla quarta edizione di SP-Arte Rotas

Crediti: Ufficio stampa/SP-Arte

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Stand della galleria WG alla quarta edizione di SP-Arte Rotas

Crediti: Ufficio stampa/SP-Arte

Ventidue edizioni di SP-Arte, di cui dieci aperte al design

Pindorama • La fiera brasiliana avrà luogo dall’8 al 12 aprile nel Padiglione della Biennale al Parco Ibirapuera con più sessanta espositori

Matteo Bergamini

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Sotto il plumbeo cielo tropicale marzolino di San Paolo, in Brasile, Fernanda Feitosa (Rio de Janeiro, 1966) è nella corsa finale per l’apertura della 22ma edizione di SP-Arte, la fiera da lei stessa fondata nel 2005 e che quest’anno si svolge dall’8 al 12 aprile al Padiglione della Biennale, al Parco Ibirapuera. «Ventidue edizioni d’arte, di cui dieci aperte al design», attacca l’imprenditrice, rimarcando come dal 2016 il settore sia cresciuto ogni anno, diventando parte della fiera senza avere paura di snaturarla, tanto che gli espositori sono arrivati a essere più di sessanta. «Impieghiamo lo stesso sforzo per entrambe le aree. E oggi sembra che il design abbia sempre fatto parte di SP-Arte. Da parte nostra, infatti, non è mai stato, in nessun momento, trattato come un accessorio; non si tratta di un linguaggio separato dalle arti visive, ma di un alfabeto presente da più di un secolo. E poi, avere il design all’interno dell’arte ci permette anche di offrire un panorama abbastanza ampio della produzione culturale nazionale». 

Ecco la chiave, imprescindibile: «Mi azzarderei a dire che l’America Latina sta tornando a interessare un vasto pubblico; è un momento molto importante per il continente sudamericano, ma c’è da prendere atto del fatto che chi sceglie di venire a una fiera d’arte in Brasile cerca pluralità e diversità. Ovvero, il pubblico su cui puntare non è globale: chi è interessato solo all’arte europea non passerà mai a una fiera latina. Pazienza. Eppure, sin dalla sua nascita SP-Arte si distingue nel mondo come una fiera di grande qualità e la città di San Paolo offre un’esperienza al pari di molte altre metropoli, con un programma culturale di primo piano. E poi, sempre tornando al design, l’estetica brasiliana, per la sua bellezza e personalità, fa parte dell’immaginario tanto quanto quella scandinava».

È un puntare sui propri tesori insomma e, perché no, sulla possibilità di attrarre un pubblico che possa trovare conveniente la conversione di euro o dollaro con il real brasiliano: accessibilità e disponibilità.

D’altronde, dati alla mano (e parlare di soldi in Brasile non è mai un tabù), il 63 per cento delle opere vendute nelle ultime edizioni di SP-Arte avevano un prezzo inferiore o pari a 50mila reais, circa 9mila euro. Calcoli presto fatti: con 50mila note europee ci si porta a casa non un’opera o due, ma almeno cinque o sei, in base, ovviamente, alle oscillazioni del proprio gusto, per dirla con Gillo Dorfles. 

C’è un detto baiano curioso: «Mancha de dendê não sai», la macchia dell’olio di dendê (estratto dal frutto della palma africana Elaeis guineensis, l’olio dal caratteristico colore rosso-aranciato sbarcò in Brasile in epoca coloniale insieme agli schiavi ed è ancora oggi largamente utilizzato nella cucina afro-brasiliana, Ndr) non se ne va, e probabilmente vale anche per i galleristi: «In questi ventidue anni di storia abbiamo avuto a San Paolo gallerie come Pace, Lisson, White Cube, Stephen Friedman, Alexander Gray, David Zwirner o Continua; tutte, oggi, lavorano con artisti brasiliani, da Jonathas De Andrade a Regina Silveira, da Ana Maria Tavares a Marcelo Cidade, da Lucas Arruda a Sônia Gomes. Da sempre SP-Arte si è configurata come una comunità, una grande comunità dove avvengono diversi scambi: di gusti, di estetiche, di opinione, di programmi», sottolinea Feitosa. «Minh’alma cativa», la mia anima prigioniera, canta ancora Ney Matogrosso, icona del Brasile musicale da più di cinquant’anni: in fin dei conti, tra gli stand di SP-Arte, capita che anche un «gringo» si lasci trasportare dall’onda.

Matteo Bergamini, 06 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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Ventidue edizioni di SP-Arte, di cui dieci aperte al design | Matteo Bergamini

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