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Padiglione Spagna, Los Restos

61st International Art Exhibition - La Biennale di Venezia, In Minor Keys

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Padiglione Spagna, Los Restos

61st International Art Exhibition - La Biennale di Venezia, In Minor Keys

«Sotto effetto stono»: la Biennale vista dalla stampa

La preview, la politica, la FOMO: una Biennale di Venezia «urlata» solo sulla carta e dal glamour perduto nelle file, con toni decadenti risuonando in ogni angolo

Matteo Bergamini

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Nelle settimane precedenti all'apertura di «In Minor Keys» Instagram è stato invaso dalla comunicazione delle gallerie i cui artisti erano dentro e fuori la mostra principale: puntini su mappe sgranate di Venezia in genere, e aperture di post-carosello con voli di drone su laguna, da San Marco al Canal Grande; poche le «vedute» sull'area dei Giardini e dell'Arsenale, e già questo sarebbe indicativo. E poi il messaggio: ci trovate di qui e di là, in questo palazzo o nell'altro, venite a trovarci! Un percorso a ostacoli che è anche un giro turistico: quello che emergere, sempre più chiaro, è che si può «montare la propria Biennale», una «esperienza», tralasciando l'obbligatorietà delle infinite tappe collaterali a Giardini e Arsenale, schierandosi – anche politicamente – con una o con l'altra blue chip del mercato, da Gagosian a Mendes Wood, solo per citarne un paio di gallerie che di artisti, in questa Biennale, ne avevano parecchi. 

È altresì vero che questa Biennale ha fatto il pieno di tutto: emozioni, incazzamenti, polemiche, politiche. E scontri. I numeri sono quelli del turismo massivo che la Biennale, nelle sue edizioni più green ha sempre deprecato: 4mila giornalisti accreditati e infiniti VIP, con il risultato che se martedì 5 maggio, giorno della vera preview, abbiamo potuto vederci tranquillamente i Padiglioni di Austria, Germania, Francia, Inghilterra, Canada, Belgio e Spagna (gli spazi da sempre più affollati dei Giardini) già da mercoledì e giovedì le file agli ingressi sono state degne del girone infernale dell'attesa all'ufficio postale. Forse se Dante fosse vissuto nel 2026 avrebbe potuto immaginarlo: la punizione eterna del pubblico dell'arte, oltre al sempreverde sport dell'imbucarsi a tutti i costi, sarebbe quello di mostrare il proprio QRCode VIP dopo aver atteso anche 2 ore e mezza prima di arrivare all'ingresso (6-7-8 maggio): nemmeno al Plastic di trent'anni fa l'accoglienza era talmente bulgara. Addio esclusività: il tono è tutto decadente. Sarà che è diventato un vero e proprio stile?

Padiglione Canada

E a proposito di bulgari o ex-sovietici, poco è pervenuto dei Padiglioni nazionali; ancora meno sulla mostra centrale architettata da Koyo Kouoh e terminata dal suo team. Come lo so? Per dovere di cronaca sono stato invitato a proporre una piccola rassegna stampa quotidiana alla Libreria Bruno, in collaborazione con l'ufficio stampa UC, trovandomi immerso nella pratica antica di dover scegliere una serie di quotidiani nazionali e locali ogni mattina, ben in anticipo rispetto alla tabella di marcia veneziana dell'art-world, e dunque di dover selezionare le notizie riportate dalla Laguna. Il risultato? Il pubblico (e per pubblico intendo il mondo generalista, i famosi «non-addetti al lavori») sono giustificati e, in un certo modo, invitati al «non-sapere»: di questi tre giorni, sulla stampa quotidiana – dal Gazzettino al Corriere, da Repubblica a La Nuova Venezia – quasi nulla è arrivato in fatto di partecipazioni, escludendo la russa ovviamente; nulla è stato messo nero su bianco degli eventi collaterali se non le proteste: dall'intervento delle Pussy Riot ai Giardini, fino al tentativo frustrato di incontrare Pietrangelo Buttafuoco, il Presidentissimo, a Ca' Giustian. 

Poi ieri ci si sono messi i lavoratori dell'arte uniti all'Art Not Genocide Alliance contro Israele: partecipazione artistica che sì, è passata completamente sotto silenzio se non fosse per il Ministro Giuli che una settimana fa aveva promesso all'artista israeliano ampia visibilità della sua opera in conto al MiC. Trasparente è diventato, per fortuna, anche il pessimo Padiglione di Alma Allen, rappresentante gli Stati Uniti. Poi certo, sono volate le manganellate anche stavolta. Ma anche questa ormai, sembra normale amministrazione nelle piazze italiane. Questa Biennale, insomma, si ricorderà per la storia e non per le opere, per l'incessante benzina che si è data agli «stracci incendiari» che sono continuati a volare tra il Ministro alla Cultura italiano vs. Buttafuoco (nomen omen) e viceversa.

«Pietrangelo è un amico, ma non risponde ai miei messaggi», ha dichiarato Giuli al Corriere dell'8 maggio, a Fabrizio Caccia. Il Piagnisteo come Commedia dell'Arte, e già ce li vediamo i due compari, tra qualche nuovo incarico, a riderci sopra a questa «Biennale del Dissenso». Una biennale con le serrande abbassate e che si interroga su una questione fondamentale. Dalle pagine del Corriere, infatti, è Aldo Cazzullo che risponde a una missiva al quotidiano e non è una domanda da nulla (e infatti abbiamo osservato la gazzarra che si è alzata): la Biennale deve essere libera? E che valore ha la libertà? E quali sono le sue forme? E come si può manifestare in una manifestazione globale come la Biennale?  Cazzullo la sfanga così: «La discussione che si è accesa [...] mi sembra un sintomo di vitalità, di un mondo culturale che discute, si confronta, insomma è vivo, e riporta la storia a Venezia, che altrimenti rischia davvero di diventare un Paese dei Balocchi fuori dal mondo».

Padiglione Austria

E a proposito di Paese dei Balocchi, ci sono i collaterali, che non sono le istituzioni fuori dalla Biennale, ma le esperienze del viaggiatore dell'arte in una città dagli eterni tratti snaturati: c'è la pioggia e il vento che si alza sugli ombrelletti e si infila nelle scarpe; la proverbiale scortesia dei veneziani contro gli eterni invasori dell'isola che comunque la si voglia trasformare non si modifica, ma che a ogni edizione sembra essere più respingente (e costosa). C'è la sensazione costante (che a volte è pura certezza) di assistere a continui dejá-vu; il potere che comunque lo si guardi resta nelle mani di un gruppo di mani che si contano sulle dita della mano e uno sterminato gruppo di «addetti ai lavori» pronti a scannarsi per una lista, un invito, per un divano-letto in un appartamento sovraffollato, per riempire l'incredibile FOMO (fear of missing out) che si placa con la foto della festa, con la documentazione della transumanza alla nuova isola dell'arte, con il report delle code disordinate. Pochi invece hanno documentato il contenimento e i manganelli sulla Riva degli Schiavoni. La violenza ancora non fa parte dell'experience.

Sì, ma la Biennale? I propri Padiglioni sono silenziati dalle contingenze. E anche perché alcuni hanno progetti deboli, talmente bolliti che anche i meno bolliti sembrano tocchi di genio: nella classifica del pubblico e di qualche rivista internazionale vincono il Belgio con la performance muscolare, la Spagna delle cartoline, l'Austria delle performer nude e delle file interminabili, l'Argentina del tappeto di sale...e chi scrive sottoscrive questi Leoni popolari: d'altronde sono i meno peggio in una Biennale che è una tigre di carta e che il casino, lo ribadiamo, l'ha fatto solamente sulla carta.

Ma ancora una volta, se vogliamo tenere come riferimento la stampa di quest'ultima settimana, sembra che Venezia abbia ospitato solamente l'ormai già abbandonato Padiglione della Russia, qualche spizzico di Italia (dipendendo dalle pubblicazioni nazionali), e un poco di Giappone con la carica delle bambole-reborn: sì, sappiamo che non lo sono, ma come Nicolas Bourriaud teorizzava nel suo vecchio saggio «Post-Production» siamo tutti liberi per montare la nostra playlist-combinazione con i materiali che l'arte ci offre, come in un eterno ready-made. 

Forse, al di là di tutti i temi, i titoli, le storie minori, silenziose, silenziate, manganellate e chi più ne ha più ne metta, questo è l'aspetto più autentico della debole Biennale di Venezia 2026, in balia dei suoi tempi più interessanti. 

Matteo Bergamini, 09 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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