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Lorenzo Balbi

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Lorenzo Balbi

«Verona rappresenta un contesto estremamente stimolante»: intervista a Lorenzo Balbi, nuovo direttore dei Musei Civici

Per 9 anni alla direzione del MAMbo, il curatore racconta la sua formazione e le sue esperienze, a partire da «Il Giornale dell’Arte» e dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

«Lascio Bologna al termine del mio secondo mandato, quindi in modo naturale rispetto al percorso intrapreso. Sono felice di affrontare una nuova sfida e di farlo ancora una volta all’interno di un sistema museale pubblico». Lorenzo Balbi (Rivoli, To, 1982) sarà da settembre il nuovo direttore dei Musei di Verona, che comprendono la Galleria d’Arte Moderna Achille Forti, il Museo di Castelvecchio, l’Arena di Verona, la Casa di Giulietta, il Museo Archeologico al Teatro Romano, il Museo Civico di Storia naturale, il Museo degli Affreschi di G. B. Cavalcaselle e il Museo Lapidario Maffeiano. Balbi lascia Bologna, città in cui dal 2017 dirige il MAMbo, il Museo d’Arte Moderna di Bologna, ed è responsabile dell’Area Arte Moderna e Contemporanea del Settore Musei Civici. Dal 2022 è inoltre presidente di Amaci, l’Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani nata nel 2003. 

Il Comune di Verona ha scelto Balbi, secondo quanto dichiarato, sulla base del suo profilo ritenuto coerente con gli obiettivi strategici della Direzione Musei, sia sul piano curatoriale sia su quello gestionale e amministrativo. Tra i compiti indicati figurano infatti il «coordinamento integrato» delle sedi museali, lo sviluppo di collaborazioni internazionali, il fundraising e la riforma della governance dei musei, nella direzione di una maggiore autonomia gestionale. Nel corso della sua carriera Balbi ha collaborato, a Torino, con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e con la redazione di «Il Giornale dell’Arte» e «Il Giornale dell’Architettura», ha curato mostre di artisti come Tino Sehgal, Ragnar Kjartansson e Romeo Castellucci e nel 2024 ha curato la 60ma edizione dell’October Salon/Biennale di Belgrado. È il curatore della mostra «Giorgio Morandi. Solo», la più ampia mai dedicata all’artista italiano all’estero, che si inaugurerà il 16 giugno presso il Map, Museum of Art Pudong di Shanghai.

Direttore Balbi, che cosa ha già in mente di fare nel suo nuovo ruolo?
Non credo nei «pacchetti pronti» o nei programmi imposti dall’esterno. Penso che il lavoro curatoriale e direttivo debba nascere dall’ascolto del contesto, delle persone e delle istituzioni con cui si lavora. Mi sono presentato con un metodo, una visione del museo pubblico e un’esperienza maturata in questi anni, più che con un elenco di progetti già definiti. La prima fase sarà dedicata all’ascolto e al confronto con i colleghi e con il territorio. Solo dopo sarà possibile costruire progettualità realmente coerenti con l’identità e le ambizioni dei musei veronesi. Verona rappresenta un contesto estremamente stimolante, con musei che attraversano epoche e linguaggi diversi: dall’archeologia all’arte medievale, fino al contemporaneo. È una rete autonoma ma profondamente integrata nell’Amministrazione comunale, con collezioni straordinarie e professionisti di grande esperienza. Sarà importante lavorare in continuità con queste competenze, valorizzandole e costruendo nuove prospettive condivise.

Come sono andati questi quasi 10 anni alla direzione del MAMbo di Bologna?
Aver diretto il MAMbo stata un’esperienza fondamentale, sia professionalmente che umanamente. Sono arrivato a Bologna come giovane curatore e ne esco dopo nove anni con una visione molto più ampia del ruolo di un’istituzione culturale. Ho imparato che cosa significhi dirigere un museo non solo come luogo espositivo, ma come organismo vivo, capace di creare relazioni, comunità e pensiero critico. Ho avuto la fortuna di lavorare con professionisti straordinari e di crescere insieme a loro. Bologna mi ha dato moltissimo e resterà una parte importante del mio percorso. Sono stati anni molto intensi, segnati da decine di mostre e progetti costruiti sempre in modo collettivo, insieme ai team del museo. Abbiamo lavorato con artisti italiani e internazionali, sostenendo giovani emergenti ma anche rileggendo figure storicizzate. Abbiamo creato una project room dedicata alla ricerca d’archivio e al territorio, rafforzato Art City (il programma annuale di attività nei giorni di ArteFiera, promossa dal Comune di Bologna con il sostegno di BolognaFiere, Ndr) come piattaforma cittadina per il contemporaneo e trasformato il museo durante la pandemia con il Nuovo Forno del Pane, aprendo gli spazi agli artisti come studi di produzione. Anche Villa delle Rose è stata ripensata come luogo di formazione e sperimentazione.

A Bologna non ha diretto soltanto il MAMbo, ma ha accompagnato i musei civici di un’importante trasformazione. Immaginiamo che la sua nomina a Verona arrivi anche in virtù delle competenze acquisite nel campo della governance museale.
In questi anni il sistema museale bolognese ha attraversato una trasformazione molto profonda. Quando sono arrivato il MAMbo faceva parte dell’Istituzione Bologna Musei, con un proprio presidente, un Cda e una struttura amministrativa autonoma rispetto al Comune. Durante il mio secondo mandato, con la nuova Amministrazione, il sistema è stato internalizzato all’interno del Dipartimento Cultura, diventando Settore Musei Civici. È stato quindi un cambiamento strutturale importante, che ha ridefinito processi, governance e gestione delle risorse. Si tratta di un passaggio ancora in evoluzione, che avrà bisogno di tempo per mostrare pienamente i suoi effetti.

Che cosa lascia ancora da realizzare a Bologna?
Credo che in questi anni abbiamo realizzato con grande intensità tutto ciò che avevamo immaginato. Naturalmente le possibilità restano infinite, ma è anche nella natura delle istituzioni culturali rigenerarsi attraverso nuovi sguardi e nuove energie. Dopo due mandati sentivo fosse il momento giusto per spostare altrove idee e competenze maturate in questi anni. Auguro al MAMbo di continuare a essere uno spazio di ricerca, produzione e sperimentazione, capace di mantenere viva la propria identità senza piegarsi esclusivamente alle logiche dei numeri e della bigliettazione.

Come è arrivato al MAMbo e con quali esperienze pregresse?
Il mio percorso nasce dagli studi in Storia dell’Arte tra Venezia e Torino, ma si è formato soprattutto attraverso esperienze molto pratiche all’interno delle istituzioni. Ho iniziato collaborando con «Il Giornale dell’Arte» e «Il Giornale dell’Architettura», per poi entrare alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dove sono rimasto oltre 10 anni. È stata una palestra straordinaria: ho iniziato come mediatore culturale e ho avuto la possibilità di attraversare molti ruoli, dall’allestimento alla curatela. È lì che ho capito quanto il museo sia un lavoro collettivo fatto di competenze diverse e dialogo continuo.

Lei a Bologna e ora a Verona, Ilaria Bonacossa prima ad Artissima e ora a Palazzo Ducale a Genova, Stefano Colicelli Cagol al Pecci di Prato, e potremmo andare avanti a lungo. Pare che la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo sia davvero una fucina di talenti…
Senza dubbio la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha rappresentato un luogo decisivo per la formazione curatoriale in Italia. Ha sempre investito molto sui giovani, offrendo opportunità reali di crescita e responsabilità. Per me, da studente, era quasi un luogo mitico: poter lavorare ogni giorno con artisti internazionali e confrontarmi con figure come Francesco Bonami (allora direttore artistico, Ndr) è stato formativo in modo straordinario. In quegli anni ho imparato mestieri diversi e costruito relazioni fondamentali. Molti professionisti passati da lì oggi dirigono importanti istituzioni italiane e internazionali, ed è la dimostrazione della qualità di quell’esperienza.

Alessandro Martini, 19 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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