Dal 12 aprile al 15 settembre, la Collezione Peggy Guggenheim ospita «Maria Helena Vieira da Silva. Anatomia di uno spazio», una personale dedicata a una delle voci più originali dell’arte del XX secolo, a cura di Flavia Frigeri, storica dell’arte e curatrice presso la National Portrait Gallery di Londra. Dopo Venezia, l’esposizione si sposterà al Museo Guggenheim di Bilbao, dal 17 ottobre al 22 febbraio 2026.
Attraverso una selezione di circa settanta opere, provenienti da realtà museali globali tra cui il Centre Pompidou di Parigi, il Guggenheim Museum di New York, la Tate Modern di Londra, da gallerie internazionali, tra cui la parigina Jeanne Bucher Jaeger, e da collezioni private, la mostra offre uno sguardo profondo e originale sull’evoluzione del linguaggio di Maria Helena Vieira da Silva (Lisbona 1908-Parigi 1992).
Mettendo in luce il forte rapporto tra astrazione e figurazione, l’esposizione ripercorre i momenti salienti della carriera di Vieira da Silva, dagli anni Trenta alla fine degli anni Ottanta, e pone l’accento sul suo interesse per gli spazi architettonici, in cui il confine tra paesaggi urbani reali e immaginari si dissolve, andando ben al di là dei riferimenti formali alla cultura visiva portoghese e ai movimenti d’avanguardia come il Cubismo e il Futurismo.
Ciò che di nuovo emerge dall’esposizione è il riconsiderare il suo lavoro come indipendente dal movimento informale, a cui in passato è stato spesso accostato, e riconoscere invece come fondamentali sia la sua esperienza a Parigi, dove si trasferisce fin da giovane per motivi di studio, sia il periodo dell’esilio a Rio de Janeiro, dove si rifugia con il marito Árpád Szenès, anch’egli artista, durante la Seconda guerra mondiale.
L’artista è inoltre storicamente legata all’eredità di Peggy e di Solomon R. Guggenheim. Non solo Vieira da Silva venne inclusa tra le trentuno artiste protagoniste della mostra «Exhibition by 31 Women», organizzata da Peggy Guggenheim nella galleria-museo newyorkese Art of This Century nel 1943, ma Hilla Rebay, prima direttrice del Museum of Non-Objective Painting, poi Solomon R. Guggenheim Museum di New York, è considerata una delle sue prime sostenitrici, avendo acquistato nel 1937 «Composition» (1936), tuttora nella collezione del museo americano.
Nata a Lisbona e formatasi tra Parigi e Lisbona, Vieira da Silva trasforma l’idea di spazio in una delle tematiche centrali della sua opera, coniugando tradizione e modernità. Le sue composizioni, caratterizzate da strutture labirintiche, ritmi cromatici e prospettive frammentate, catturano l’essenza di un mondo in perenne trasformazione. Opere come «La camera piastrellata» (1935) o «Figura di balletto» (1948) riflettono il suo interesse per l’architettura e il movimento, dove la distinzione tra figura e sfondo si dissolve, lasciando emergere una visione profondamente personale dello spazio.
Il percorso espositivo si apre con una sezione dedicata al legame tra l’artista e il marito Árpád Szenès, raccontato attraverso una serie di ritratti reciproci che introducono il pubblico alla loro relazione artistica e personale, profondamente simbiotica. Si prosegue poi con un approfondimento sul tema dello studio-atelier, luogo non solo di lavoro ma anche di riflessione sullo spazio architettonico. Segue una serie di opere dedicate alle figure dei danzatori e dei giocatori di scacchi. Lo sguardo dell’artista si apre successivamente al paesaggio urbano, reale e immaginato, in cui l’atmosfera dei luoghi diventa più importante della loro rappresentazione fedele.
L’allestimento continua con lavori dedicati all’architettura pubblica, opere che raffigurano cantieri, stazioni ferroviarie e chiese, in un equilibrio tra costruzione e infinito. Un momento particolarmente intenso è rappresentato dalla sezione dedicata alla guerra, testimonianza del difficile periodo vissuto in esilio in Brasile durante il secondo conflitto mondiale, durante il quale Vieira da Silva elabora opere intrise di tensione e dolore.
In chiusura si trovano i dipinti degli anni Sessanta, caratterizzati da una palette cromatica sempre più scura, mentre l’ultima sala è dedicata alle «Composizioni bianche», opere di diverse fasi della carriera di Vieira da Silva, che mettono in evidenza il ruolo speciale che il colore bianco ha avuto nella sua ricerca artistica.
«Maria Helena Vieira da Silva. Anatomia di uno spazio» sarà corredata da un catalogo illustrato, edito da Marsilio Arte, con testi della curatrice Flavia Frigeri, dell’artista Giulia Andreani, di Lauren Elkin, scrittrice e saggista, e di Jennifer Sliwka, storica dell’arte.