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Franco Broccardi
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Vinitaly, il salone internazionale del vino e dei distillati che si tiene a Verona, e miart, la fiera d’arte moderna e contemporanea di Milano. Le due manifestazioni sono spesso citate in parallelo come vetrine dell’eccellenza italiana, ma appartengono a universi economici, logistici e simbolici radicalmente diversi. Talvolta in contrasto tra loro. Come Godzilla e Kong sono due colossi reali nei rispettivi domini, incomparabili per scala e natura, che abitano mari diversi. Ma il punto, come nel film, non è chi vince. Lo vedremo.
1. I numeri delle due fiere
Le edizioni 2024 e 2025 di Vinitaly avevano chiuso con 97.000 presenze, confermando la fiera come il principale punto di contatto tra produttori italiani e buyer internazionali. L’edizione 2026 (58ª, 12–15 aprile) ha registrato 90.000 presenze, il 26% delle quali provenienti da 135 nazioni, cinque in più rispetto all’anno precedente con oltre 1.000 top buyer da più di 70 paesi e 20.000 appuntamenti business sulla piattaforma Vinitaly Plus. Il calo di 7.000 presenze rispetto alle edizioni precedenti va letto nel contesto tra tensioni geopolitiche, dazi statunitensi e difficoltà nella mobilità degli operatori internazionali che hanno segnato l’intera stagione fieristica europea. Il fuori salone Vinitaly and the City ha confermato i 50.000 token degustazione.
Le edizioni 2024 e 2025 di miart avevano visto la partecipazione di 178–181 gallerie da 28–30 paesi e cinque continenti. L’edizione 2026 (30ª, 17–19 aprile) ha cambiato sede e porta 160 gallerie da 24 paesi, con una nuova sezione curatoriale (Established Anthology) e il titolo “New Directions” come omaggio a John Coltrane nel centenario della nascita. La riduzione del numero di gallerie rispetto alle edizioni precedenti è compensata da un layout rinnovato su tre livelli e dall’ampliamento della Milano Art Week alla sua decima edizione con oltre 400 appuntamenti e 230 istituzioni coinvolte in tutta la città. La fiera non pubblica dati aggregati di affluenza ma le stime collocano le presenze totali tra 40.000 e 60.000 unità. miart dichiara ogni anno la presenza di 250 tra i più importanti collezionisti internazionali e di oltre 16.700 visitatori VIP, direttori di museo, curatori e professionisti del settore.
2. Il profilo qualitativo del pubblico
La differenza tra le due fiere non è solo quantitativa ma strutturale.
Vinitaly ha un pubblico numericamente imponente ma composito. Accanto agli operatori professionali, importatori, distributori, ristoratori e enoteche, una quota significativa è composta da appassionati privati che accedono alla fiera principalmente per degustare. Questo genera una tensione irrisolta con la vocazione dichiaratamente b2b dell’evento.
miart lavora esplicitamente sulla selezione del pubblico come leva di posizionamento. L’accesso alla preview VIP è riservato; la comunicazione insiste sulla densità relazionale piuttosto che sui volumi. I galleristi descrivono un pubblico “variegato e coinvolto, composto da collezionisti, anche internazionali, interessanti e interessati”.
Vinitaly soffre di apertura eccessiva al pubblico generico che ne diluisce la profilazione b2b; miart soffre di costi di partecipazione crescenti (lo stand si avvicina ai €30.000) che scoraggiano le gallerie indipendenti, riducendo la diversità dell’offerta. In sintesi, i due modelli si polarizzano su assi opposti. Vinitaly è formalmente b2b ma permeabile al pubblico generico. Quasi un terzo dei visitatori proviene dall’estero, il profilo dominante è quello di importatori, distributori, ristoratori ed enoteche, ma nelle giornate domenicali la quota di appassionati non profilati sale in modo significativo, con una spesa pro capite media concentrata su vino e ristorazione di fascia ordinaria.
miart è invece selettiva per scelta progettuale: la preview VIP è riservata, il biglietto al pubblico generale ha un costo non trascurabile e il pubblico che conta genera una spesa pro capite più alta in hotel di lusso e ristoranti stellati anche se limitata a un numero ristretto di persone. La tensione strutturale di Vinitaly è su come tenere fuori chi non è operatore senza penalizzare l’atmosfera della fiera. Quella di miart è come giustificare per i galleristi un costo di stand, che si avvicina ai €30.000, in un momento in cui il mercato dell’arte procede, come dicono gli stessi espositori, “a freno tirato”.
3. L’impatto economico sulle città ospitanti (IEL)
3.1 Vinitaly e Verona
Verona è una città di circa 260.000 abitanti con una struttura ricettiva dimensionata sul turismo ordinario. Vinitaly porta oltre 90.000 persone in quattro giorni (97.000 nelle edizioni 2024–2025, 90.000 quest’anno) saturandola in ogni caso. L’occupazione media delle strutture ricettive ha toccato il 92,1%, con picchi del 99,2% nel centro storico e una durata media della prenotazione di 3,8 giorni (dati Dvg Foundation). L’edizione 2025 ha registrato picchi dell’80% nell’extra-alberghiero nelle notti centrali.
La pressione genera fenomeni ricorrenti come speculazione tariffaria delle strutture ricettive, congestione dei trasporti, tensioni tra categorie del settore ricettivo e residenti. L’indotto stimato si colloca in un intervallo di circa €30–45 milioni, pari a circa €400 pro capite sul totale dei visitatori.
3.2 miart e Milano
Milano registra oltre 8,5 milioni di visitatori all’anno. L’impatto diretto è stimato in €5–6 milioni per il perimetro diretto della fiera. A questo si aggiungono effetti indiretti legati alla Milano Art Week non inclusi nella presente stima per ragioni di attribuibilità. Il valore pro capite (~€110) è inferiore a Vinitaly non perché il singolo visitatore spenda meno ma perché la maggior parte del pubblico di miart è milanese o già in città per altri motivi, e non genera quindi pernottamenti aggiuntivi.
L’impatto più rilevante di miart su Milano è sistemico e di lungo periodo. La fiera catalizza la Milano Art Week che mobilita oltre 400 eventi e 230 istituzioni, con ricadute culturali e reputazionali che rafforzano il posizionamento della città come hub culturale europeo.
A Vinitaly partecipano circa 52.000 visitatori non residenti con una spesa media stimata di €90–110 al giorno e una permanenza di 3,5 giorni per gli operatori esteri e 1,5 per quelli italiani. L’indotto si distribuisce per circa €23 milioni sulla ricettività (oltre 110.000 notti a tariffe medie di €120–150) €14,5 milioni sulla ristorazione e €4 milioni su trasporti, navette e servizi.
Per miart il calcolo è molto più concentrato. I visitatori non residenti attribuibili alla fiera sono stimati in circa 7.000, tra top collector e VIP internazionali (circa 4.250) e professionisti italiani da fuori Milano (circa 3.000). La spesa giornaliera della fascia VIP è di €250–350, quella degli altri circa €60. La permanenza media è di due giorni per gli esteri e uno per gli italiani. Ne risulta un indotto di circa €2,4 milioni sulla ricettività, altrettanti sulla ristorazione e €0,5 milioni su trasporti e altro per un totale core fiera di €5–6 milioni. Gli effetti indiretti della Milano Art Week che mobilita oltre 400 eventi e 230 istituzioni in città non sono inclusi in questa stima perché difficilmente attribuibili.
4. Il volume d’affari generato. Quello diretto e quello post.
4.1 VAD e VAF
Il VAD, Volume d'Affari Diretto è il business siglato o avviato durante i giorni di fiera. Per Vinitaly sono gli ordini discussi e impostati negli stand tra produttori e buyer; per miart le vendite di opere durante la preview e i tre giorni aperti al pubblico. È la parte tracciabile nell'immediato. Quello che chiameremo VAF — Volume d'Affari post-Fiera è invece il business convertito nei mesi successivi ma direttamente attribuibile ai contatti stabiliti in fiera. È la parte più rilevante in valore assoluto, soprattutto per Vinitaly, dove i grandi ordini raramente si firmano durante la fiera stessa ma anche la più difficile da isolare perché richiede di capire quante transazioni sarebbero avvenute comunque senza la fiera.
La distinzione è necessaria perché trattare tutto il business come "generato dalla fiera" sarebbe metodologicamente sbagliato ma ignorare il follow-up sottostimerebbe drasticamente il valore economico reale dell'evento. Il modello VA = VAD + VAF è il tentativo di tenere insieme le due cose con un orizzonte temporale esplicito: 3–6 mesi per Vinitaly, 1–3 mesi per miart, dove i cicli di acquisto sono diversi.
Si tenga anche conto di una differenza strutturale. Il business di Vinitaly è fatto di contratti ricorrenti e scalabili: un importatore che ordina oggi tornerà a ordinare ogni anno, e la relazione costruita in fiera produce valore per anni. Quello di miart è fatto di transazioni singole e non replicabili sulla stessa opera. L’effetto moltiplicatore esiste ma riguarda la relazione galleria–collezionista nel tempo, non l’oggetto. L’orizzonte temporale del ritorno è diverso; la logica relazionale no.
4.2 Vinitaly
L’export italiano di vino ha chiuso il 2025 a circa 7,8 miliardi di euro, in calo del 3,6% rispetto all’anno precedente (dati Federvini-Nomisma), in parte per effetto dei dazi statunitensi introdotti nel 2025. Le importazioni di vino italiano negli USA hanno perso il 12% a valore nel 2025, peggiorando a -34% nei primi mesi del 2026 rispetto ai livelli pre-dazio del 2024. Vinitaly è il principale evento di internazionalizzazione del settore e il dato-chiave è quello dei 20.000 appuntamenti business su Vinitaly Plus (dato 2024) cui si sommano migliaia di interazioni non tracciate. Il VAD è stimabile per segmenti di buyer: i 1.000+ top buyer internazionali (~€120M); ~15.000 operatori esteri minori (~€90M); operatori italiani (~€34M) per un totale di ~€240 milioni. Il VAF (3–6 mesi successivi): €430–500 milioni. Il valore aggiunto complessivo è quindi stimato nell’ordine di €650–750 milioni. Nell’edizione 2026 la componente VAF è tuttavia soggetta a incertezza maggiore del solito perché la contrazione del mercato americano e l’instabilità tariffaria rendono più difficile convertire i contatti in fiera in ordini nei mesi successivi.
4.3 miart
Il mercato primario delle gallerie in Italia è stimato intorno ai €300–400 milioni annui. Le opere esposte spaziano dai €2.000 ai €5 milioni; la fascia più attiva tra i €10.000 e gli €80.000. Le transazioni più consistenti si concentrano nella preview VIP. VAD: €18–22 milioni. VAF (1–3 mesi): €12–16 milioni. Totale: €30–38 milioni.
6. Conclusioni
6.1 Vendite e relazioni
Vinitaly ha attirato 97.000 visitatori nelle edizioni 2024–2025, scesi a 90.000 nel 2026 in un contesto di tensioni geopolitiche e pressione tariffaria e genera un indotto locale stimato tra €30 e €45 milioni su Verona, con un volume d’affari nell’ordine di €650–750 milioni tra contratti siglati in fiera e follow-up commerciali nei mesi successivi. miart ne accoglie circa 50.000 (una stima, non dato dichiarato) produce €5–6 milioni di indotto diretto su Milano e mobilita €30–38 milioni di transazioni sul mercato dell’arte.
Il raffronto, se condotto sul solo piano quantitativo, è però fuorviante. Vinitaly vince su ogni indicatore di volume: visitatori, indotto locale, volume d’affari assoluto. miart non compete su questo terreno. Ha costruito il proprio posizionamento esattamente sull’inverso ossia sulla selezione e sulla densità al posto di massa e saturazione.
Il dato più inatteso è che sia Vinitaly che miart catalizzano, secondo i modelli costruiti, una quota di circa il 9–10% del loro settore di riferimento annuo e il dimensionamento di una fiera non è necessariamente un vantaggio competitivo assoluto. Conta quanto del proprio mercato riesci a convertire, non quanto sei grande in termini assoluti.
Vinitaly trasforma Verona per quattro giorni, la satura, la mette sotto pressione, genera speculazione tariffaria ma la riempie di fatturato in modo diretto e percepibile. miart alimenta Milano senza trasformarla, perché Milano ha già la dimensione per assorbirla. L’impatto è invece di posizionamento: rafforza la narrativa della città come hub culturale europeo, con effetti misurabili su scala più lunga.
Vinitaly genera business ricorrente e scalabile. Un importatore fidelizzato torna a ordinare ogni anno, e l’effetto moltiplicatore di una relazione costruita in fiera si estende per anni. miart genera transazioni singole e non replicabili sulla stessa opera, ma costruisce relazioni durature tra collezionisti e gallerie che producono acquisti futuri su opere diverse. L’orizzonte temporale del ritorno è diverso; la logica relazionale no.
6.2 L’importanza dei dati
Né Veronafiere né Fiera Milano pubblicano stime sistematiche del proprio impatto economico. Questa opacità rende impossibile valutare il rapporto tra investimento pubblico, spazi fieristici, incentivi istituzionali, contributi e ritorno economico.
Godzilla e Kong, appunto. Li puoi mettere sulla stessa mappa ma non sullo stesso metro. E nel film, quando smettono di combattersi tra loro, è perché si accorgono che il vero nemico è un altro. Nel caso delle fiere italiane, quel nemico ha un nome preciso: l’assenza di dati sistematici sull’impatto che generano.
Il settore non ha uno standard consolidato. Né Frieze né Prowein pubblicano studi d'impatto sistematici sulla propria fiera, ad esempio, Vinitaly e miart lo stesso, appunto. La mancanza di dati non è solo un problema per chi analizza ma un danno strutturale per le fiere stesse. Senza misurazione sistematica, chi organizza decide per istinto ma non sa con quale efficienza si converte l'incoming in ordini, non può dimostrare il ritorno dell'investimento pubblico che riceve (ITA Agenzia, comuni, ministeri), non può costruire l'argomento competitivo che oggi, in un settore fieristico internazionale in riassestamento, farebbe la differenza.
Il settore fieristico internazionale è in riassestamento. Prowein perde espositori su Wine Paris. Art Basel consolida il primato anche grazie alla credibilità che il suo Global Art Market Report gli conferisce e questo rafforza il brand. Le fiere che misurano si raccontano meglio, attraggono più facilmente partner e sponsor, e fanno argomenti più solidi davanti a governi e istituzioni. Quelle che non misurano vivono di reputazione accumulata, che è un capitale che si erode.
6.3 La congiuntura 2026 come test del modello
Le edizioni 2026 di entrambe le fiere si sono tenute in un contesto avverso che mette a stress le strutture analizzate in questo documento. Vinitaly ha perso 7.000 presenze rispetto al biennio precedente, con un export verso gli USA crollato del 34% nei primi mesi dell’anno per effetto dei dazi Trump. Il settore ha risposto cercando nuovi mercati (India, Mercosur, Australia) ma la ricalibrazione richiede tempo e la componente VAF delle stime sul volume d’affari generato dalla fiera è più incerta del solito. miart ha affrontato l’edizione dei trent’anni con 20 gallerie in meno rispetto al 2024–2025 e un mercato dell’arte in cui la domanda di opere di fascia media è rallentata, le transazioni più importanti si concentrano sempre più nella preview VIP e la pressione economica sui costi di partecipazione rischia di ridurre ulteriormente la presenza delle gallerie indipendenti nelle prossime edizioni.
Eppure, entrambe le fiere tengono e questo, in un anno di tensioni geopolitiche e contrazione dei mercati, è la conferma più robusta della loro funzione strutturale: non semplici eventi, ma infrastrutture di settori che non possono permettersi di non misurarsi pubblicamente.
Avvertenza metodologica
I dati economici non esistono in forma ufficiale per nessuna delle due manifestazioni: sono stati costruiti attraverso modelli inferenziali basati su parametri osservabili, con metodologia trasparente e margine di errore dichiarato. Né Veronafiere né Fiera Milano pubblicano stime dell’impatto economico locale o del volume d’affari generato. I valori sono costruiti tramite modelli.
Fonti principali: Veronafiere, Fiera Milano, Dvg Foundation (Osservatorio turistico Verona), Prometeia, Nomisma, UIV, Artribune, exibart, Il Sole 24 Ore, ITA Agenzia.
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