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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliDentro una casa che non si lascia abitare, il gesto è già un’invasione. Si resta fuori, sul limite di un recinto che separa la città e la tiene a distanza. E dove l’accesso si interrompe, il lavoro prende forma. La tappa di Tunisi del progetto pluriennale «My house is a Le Corbusier» di Cristian Chironi (Nuoro, 1974) si concentra proprio su questo scarto: l’impossibilità di accesso a Villa Baizeau, l’architettura, pensata da Le Corbusier tra il 1928 e il 1930 per Lucien Baizeau che esiste oggi come presenza sottratta, collocata all’interno del parco presidenziale tunisino e quindi non visitabile. Non è infatti la casa a essere al centro, ma la sua inaccessibilità.
Il progetto di Chironi affonda le radici in una vicenda personale e storica. Negli anni Sessanta, Costantino Nivola, scultore sardo profondamente legato al pensiero di Le Corbusier, inviò alla sua famiglia a Orani (paese d’origine di Chironi) un progetto di casa firmato dall’architetto svizzero. Questa proposta non fu mai realizzata perchè percepita come estranea ai canoni tradizionali dell’abitare locale e quindi rifiutata e dimenticata. Ma in questa frattura tra visione modernista e cultura domestica – in questa «casa mancata» – Chironi individua l’impulso per la sua ricerca artistica. Anziché tentare di ricostruire ciò che non è stato, l’artista intraprende un percorso itinerante, abitando temporaneamente le architetture di Le Corbusier sparse per il mondo. Questo approccio trasforma l’eredità irrisolta di Nivola in un dispositivo contemporaneo per interrogare il significato profondo dell’abitare oggi – non come atto statico ma come esperienza dinamica e relazionale.
Le tappe del progetto hanno scandito un percorso di esplorazione e confronto culturale attraverso dodici nazioni. Chironi ha vissuto e lavorato in edifici iconici come il Padiglione de l’Esprit Nouveau a Bologna, l’Appartement-Studio di Le Corbusier a Parigi, l’Unité d’Habitation a Marsiglia, il Pierre Jeanneret Museum a Chandigarh, Casa Curutchet a La Plata, un’altra Unité d’Habitation a Berlino e la Maison Blanche a La Chaux-de-Fonds. Ogni esperienza ha rappresentato un punto di osservazione privilegiato per comprendere usi, linguaggi e costumi differenti, trasformando l’atto di abitare in un’indagine antropologica e architettonica. L’artista stesso descrive questa mobilità come un modo per «prendere coscienza dei luoghi attraversati, usando queste case come punti di osservazione» , aspetto che – con il confronto culturale – considera prioritario nella sua ricerca.
Un elemento centrale e distintivo è la Fiat 127 Special, affettuosamente ribattezzata «Camaleonte». L’introduzione di questo veicolo nel progetto trae ispirazione da un aneddoto legato a Nivola, che negli anni Ottanta utilizzò una Fiat 127 per trasportare opere e materiali dalla sua casa-studio in Toscana. Chironi rielabora questa immagine, elevando l’automobile a un vero e proprio dispositivo narrativo e di attraversamento. La Fiat 127 diventa una casa mobile, uno spazio intimo e dinamico che accompagna l’artista in ogni sua tappa. Concepita come un vero e proprio notebook, l’abitacolo si trasforma in una stanza di ascolto dove i partecipanti – architetti, musicisti, attori, studenti e cittadini – possono condividere i propri punti di vista. L’auto funziona anche come una «macchina del tempo», mettendo in relazione passato e presente attraverso i diversi contesti generazionali dei suoi occupanti. Questa azione performativa, come quella di Carthage Drive a Tunisi, eleva l’automobile a un «luogo di incontro e narrazione» che si muove fluidamente attraverso il tessuto urbano, diventando un «termometro per misurare lo stato d’animo della città» e uno spazio mobile di relazione.
La tappa di Tunisi, con il progetto «My house is a Le Corbusier (Villa Baizeau)», rappresenta un momento cruciale e un vero e proprio «cortocircuito» concettuale. Progettata per integrarsi con il clima mediterraneo ma, ad oggi, esclusa alla vista e fruizione, la villa trasforma l'impossibilità di un abitare fisico e diretto in un potente catalizzatore di riflessione. Chironi, durante la sua residenza presso La Boîte – Centre d’Art & d’Architecture nella Medina di Tunisi, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura, ha sviluppato un dispositivo di indagine che trascende la dimensione fisica della casa. La villa non è più un «semplice» edificio, ma una lente attraverso cui leggere e interpretare la città stessa. Il progetto si è articolato in una residenza artistica, incontri pubblici e informali, una mostra e la pubblicazione di un libro, culminando nell’esposizione inaugurata il 3 aprile 2026. L’esperienza tunisina ha visto l’artista attraversare la città a bordo della sua Fiat 127 Special, raccogliendo testimonianze e tracce che sono poi confluite in una video-installazione, testi e fotografie. Durante l’opening della mostra, l’automobile stessa è diventata una scultura sonora, animata da collaborazioni con artisti del calibro di Paolo Fresu, Marino Formenti, Gavino Murgia, Stefano Pilia e Dhafer Youssef.
La questione irrisolta di Villa Baizeau, con il suo futuro incerto rimane un fulcro tematico. L’artista ha scelto di «far vivere la casa nella città e la città nella casa», trasformando un’architettura d’élite in un’architettura fatta di gesti, incontri, spazi e comunità. Un'esplorazione dei limiti e delle possibilità dell’abitare contemporaneo, dove il gesto di non entrare, di mantenere una distanza, non è un impedimento, ma diventa il metodo stesso per una comprensione più ampia e sfaccettata del rapporto tra individuo, architettura e contesto. Perchè, è vero, si resta fuori, sul limite di un recinto che separa la città e la tiene a distanza. Ma è dove l’accesso si interrompe che il lavoro prende forma.
«My house is a Le Corbusier» (Studio Apartment), 2015. Courtesy Cristian Chironi e FLC per il lavoro di Le Corbusier.