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Michael E. Smith, «CC», a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025

Foto Carlo Favero

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Michael E. Smith, «CC», a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025

Foto Carlo Favero

A Bologna Michael E. Smith ci invita a distrarci

A un primo sguardo la personale nei sotterranei di Palazzo Bentivoglio risulta enigmatica, ma adottando un approccio lento emergono vari elementi ricorsivi che legano le 23 opere esposte

Matteo Mottin

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Uno dei modi migliori per avere una buona chiave di lettura della mostra di Michael E. Smith (Detroit, 1977) a Palazzo Bentivoglio, a Bologna, è leggere notizie sulla catastrofica situazione politica e sociale degli Stati Uniti.

Curata da Tommaso Pasquali e Simone Menegoi (che di Smith ha cocurato nel 2014 la prima personale in un’istituzione italiana, alla Triennale di Milano), la mostra è ospitata nei cinquecenteschi sotterranei del Palazzo e, come per tutti i progetti espositivi di Smith, è stata appositamente pensata per lo spazio, con lo spazio e nello spazio: presenta nuove produzioni realizzate in loco, scandite a creare un rapporto simbiotico con le sale attraverso un attento controllo delle condizioni di illuminazione.

La mostra si compone di oggetti quotidiani disposti tra le varie sale del seminterrato: parrucche, palline da tennis, chitarre, ceste di vimini, tessuti, giocattoli. Alcuni presentano un minimo intervento scultoreo, altri si trovano ancora nelle loro scatole. A un primo sguardo la mostra risulta poco accessibile, enigmatica, ma adottando un approccio lento, passando del tempo nello spazio, e pensando anche ad altro, distraendoci, emergono vari elementi ricorsivi che legano i lavori: notiamo che viene usato spesso l’elemento circolare, e che la maggior parte delle opere sono formate da coppie di oggetti, alcune delle quali a loro volta «accoppiate» in dialogo con altre opere.

La prima coppia che incontriamo sono due visori per la Realtà Virtuale. Il titolo («untitled»; tutte le opere sono del 2026) non aiuta, e i materiali ancora meno: «visori VR, pesce d’acquario, carta da regalo». Ma, osservandoli, notiamo che sono disposti e illuminati in modo che la cinghia che serve per fissarli alla testa sembri un paio di braccia che reggono un piccolo libro fatto di carta riflettente, con stampata «in copertina» la fotografia di un pesce rosso. Le due lenti sembrano un paio di occhi, e così il visore diventa una figura antropomorfa che legge. Di fronte troviamo «chmucke dich, o liebe seele, bwv 654», un catino pieno di gavettoni. Il titolo dell’opera viene da quello di un corale di Johann Sebastian Bach («adornati, o anima cara»), solitamente suonato durante le Comunioni nella Chiesa luterana e ispirato all’Eucaristia nel Vangelo di Matteo, la consacrazione del pane e del vino che diventano corpo e sangue, simbolo al contempo di separazione fisica e unione spirituale. L’acqua nei palloncini è separata in tante piccole bolle, che a loro volta sono separate dai pesci, così come i visori sono strumenti per una visione personale, separata, a formare tante piccole «bolle» sociali nell’ambiente digitale.

Michael E. Smith, «CC», a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025. Foto Carlo Favero

La mostra di Michael E. Smith si compone di frammenti e tratta di frammentazione, distanza, polarizzazione, e non possiamo fare a meno di pensare al Paese dell’artista, gli Stati Uniti, che, nonostante il nome, stanno vivendo un periodo di profonda divisione. In mostra troviamo un’opera composta da due bassi plinti orizzontali, ciascuno coperto da un tessuto, uno rosso e l’altro bianco, come due strisce estrapolate dalla bandiera americana. Le stelle le troveremo nell’ultima sala, proiettate a laser da due aperture a forma di tana di topo stile cartoon scavate ai lati di un altro catino. L’opera si intitola «back in our minds», come l’omonimo brano dei Funkadelic del 1971, il cui testo recita: «Non combattiamo più / Abbiamo chiuso quella porta / Questa volta per davvero / Non ne possiamo più / Di bisticciare e insultarci a vicenda / Quando dovremmo essere fratelli / Vivendo in questo mondo in cui tutti viviamo». Il lavoro, allestito completamente al buio, non proietta stelle bianche ma di colore verde, e richiama implicitamente le stelle nere su campo verde dell’opera di David Hammons «Untitled (African-American Flag)» (1990), che combina i colori della bandiera panafricana con il motivo di quella degli Stati Uniti, per rappresentare l’identità della diaspora africana.

Delle 23 opere esposte più della metà sono «untitled», e credo che questo sottolinei quanto la lettura di ogni singolo lavoro non si esaurisca nel lavoro in sé, ma viva del suo rapporto con gli altri e lo spazio. Questa tensione verso la costruzione di unioni si trova anche nel titolo della mostra, «CC», due lettere (di nuovo una coppia) che possono essere intese in senso omofono (la lettera «c» in inglese si pronuncia come la parola inglese «see», che significa «vedere»), o in senso grafico, interpretando i semicerchi delle due lettere affiancate come un paio di occhi che sporgono, forse a evidenziare quanto la mostra necessiti di una doppia visione, o di una visione doppia, con un occhio nello spazio espositivo e uno metaforicamente puntato verso ciò che succede all’esterno. La ripetizione caratterizza molte delle opere; una tra le più significative è forse quella che rischia di passare maggiormente inosservata: «funky worm» consiste, all’apparenza, di due fogli bianchi di carta malamente attaccati con il nastro adesivo a un pannello di cartongesso, ma leggendo i materiali scopriamo che è formata, oltre che dai fogli, anche da 36 pannelli, gli stessi che troviamo sulle pareti dell’intero spazio espositivo. 

Quindi l’opera percorre e abbraccia tutta l’esposizione, come un lungo serpente, o un verme, o una larva (in inglese «maggot», come in «Maggot Brain», l’album dei Funkadelic da cui è tratta la canzone «back in our minds»), tutte creature sotterranee, come sotterraneo è lo spazio in cui è installato il progetto. Anche qui il titolo è ispirato dalla musica, in particolare dall’omonimo brano degli Ohio Players, una canzone funk da cui molti musicisti hip-hop hanno tratto vari campionamenti, usandoli per comporre i loro brani. La canzone è un fenomeno mimetico: è probabile che non l’abbiate mai ascoltata, ma senza saperlo l’avrete sicuramente sentita in decine di altre canzoni, così come, visitando l’intera mostra, «funky worm» non è un’opera che si guarda, ma sicuramente capita di vederla.

Le mostre di Michael E. Smith sono come un vaccino che disinnesca gli usuali meccanismi percettivi che tendiamo ad adottare in uno spazio espositivo. Allenano la nostra capacità di prestare attenzione, la rendono meno omologata, più intima. In sostanza, «CC» è una mostra che può aiutarci a guardare in modo diverso altre mostre, ampliando all’esterno il messaggio che Smith fa emergere dalle sue opere.

Michael E. Smith, «CC», a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025. Foto Carlo Favero

Matteo Mottin, 28 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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