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Giovanni Frangi, «Quartet», 2015

Foto: Anna Pendoli

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Giovanni Frangi, «Quartet», 2015

Foto: Anna Pendoli

A Imola Giovanni Frangi propone una riflessione sulla profondità fisica e mentale dell’immagine

Oltre quaranta opere tra dipinti, sculture e disegni, organizzati in quattro cicli interconnessi, conducono lo spettatore all’ultima parte del percorso nel chiostro del Museo San Domenico, in cui un pozzo diventa fulcro simbolico e visivo

Alessia De Michelis

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Nel chiostro del Museo San Domenico, ad Imola, un pozzo diventa fulcro simbolico e visivo: è da qui che prende forma «Vera da pozzo», l’intervento site specific con cui l’artista milanese Giovanni Frangi chiude il percorso della sua ampia monografica, visitabile dal 28 marzo al 5 luglio. Curata da Diego Galizzi e Marta Cereda, la mostra si costruisce come una riflessione immersiva sulla profondità fisica e mentale dell’immagine.

Il titolo, che rimanda alla balaustra che protegge il foro del pozzo, diventa dispositivo evocativo: un punto di contatto tra architettura e pittura, tra emersione e memoria. Attorno a questo centro si articola un percorso fluido che riunisce oltre quaranta opere tra dipinti, sculture e disegni, organizzati in quattro cicli interconnessi. «Procedendo per mezzo di un’esecuzione fresca e veloce, ma allo stesso tempo fortemente consapevole, Frangi dà forma a un 'naturalismo' tutto suo, essenzialmente soggettivo, partecipe, fondato da un lato sul valore emozionale dell’istante, dall’altro sul potere evocativo della materia pittorica», commenta Galizzi.

Tra questi, «Du côté de chez swan» (avviato nel 2024) indaga il movimento attraverso sequenze di cigni su fondi monocromi, evocando, in chiave non analitica, le ricerche di Eadweard Muybridge. Più recente è «Cantando sotto la pioggia» (2025), dove la tecnica del monotipo traduce in segni essenziali una natura osservata e interiorizzata, restituendo immagini ridotte all’impronta.

Il dialogo con la fotografia ritorna anche in «The Sky is a Great Space-Panorama», in cui cieli emulsionati e rielaborati con pigmenti e resine si trasformano in spazi mentali sospesi. A terra, invece, «Urpflanze» riporta l’attenzione alla dimensione vegetale: ninfee e heliconie emergono da fondi neri profondi, in un gesto pittorico libero e generativo.

L’intera mostra si configura così come una vera e propria autoanalisi visiva: un attraversamento continuo tra natura, memoria e percezione, in cui Frangi dissolve i confini tra astrazione e figurazione, affidando alla materia pittorica il compito di evocare l’istante e la sua persistente risonanza.

Giovanni Frangi, «Just a Bloody-Mary for me II», 2024. Foto: Anna Pendoli

Alessia De Michelis, 20 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

A Imola Giovanni Frangi propone una riflessione sulla profondità fisica e mentale dell’immagine | Alessia De Michelis

A Imola Giovanni Frangi propone una riflessione sulla profondità fisica e mentale dell’immagine | Alessia De Michelis