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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliLa seconda personale di Gabrielle Goliath da Raffaella Cortese arriva in un momento di massima visibilità per l’artista sudafricana. «Bearing», questo il titolo della mostra (dal 16 aprile al 3 settembre), si inserisce infatti all’indomani della sua controversa esclusione dal Padiglione del Sudafrica alla Biennale di Venezia 2026 (a causa del suo riferimento al lutto per la scomparsa della poetessa palestinese Heba Abunada), trasformando implicitamente lo spazio espositivo in un luogo di contro-narrazione. Se la cancellazione di «Elegy» ha acceso il dibattito sulla libertà di espressione, questa mostra sembra raccoglierne le conseguenze, traducendo il «lutto politico» in una grammatica visiva intima e stratificata.
Distribuito nei tre ambienti della galleria, il percorso segna un’apparente deviazione nella pratica di Goliath: l’abbandono temporaneo della dimensione installativa e performativa a favore di tecniche più tradizionali, olio, acquerello, pastello. Il corpo, nero, brown, femme, queer, viene reinscritto dentro una storia dell’immagine che lo ha sistematicamente escluso o deformato. L’artista lascia emergere figure che sfuggono alla leggibilità normativa, sospese tra vulnerabilità e resistenza.
Il titolo stesso funziona come dispositivo semantico: portare, sostenere, sopportare: verbi che evocano una fatica storica e collettiva ma anche una capacità generativa. I corpi raffigurati sono soggetti che reggono, letteralmente e simbolicamente, un mondo che continua a marginalizzarli. Ciò che rende oggi Goliath una figura centrale nel discorso contemporaneo non è solo la qualità formale del lavoro ma la sua capacità di articolare una posizione etica attraverso l’estetica. La nozione di «impossibilità della rappresentazione femme nera», evocata dall’artista, non viene qui risolta ma sicuramente vissuta e quindi enfatizzata. Le sue opere si manifestano tra visibilità e sottrazione, tra eros e violenza, tra intimità e politica. In filigrana, la mostra può essere letta come una risposta silenziosa ma incisiva al contesto che l’ha resa ancora più visibile riportando il discorso sul terreno più complesso, e meno spettacolare, della pratica: quello in cui l’immagine non risolve ma trattiene, non spiega ma accompagna.
Gabrielle Goliath, «Bearing (Homage III)». Courtesy of the Artist and Raffaella Cortese, Milano-Albisola