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Dal 6 febbraio al 5 aprile, in occasione dei Giochi Olimpici e paralimpici Milano Cortina 2026, è William Kentridge a confrontarsi con lo spazio sfidante della Sala Stirling di Palazzo Citterio-Grande Brera a Milano: lo fa all’interno della mostra curata da Vincenzo Trione «Metafisica/Metafisiche», diffusa in quattro sedi che si aprono tutte nel cuore della città, a partire da Palazzo Reale. Il grande artista sudafricano (Johannesburg, 1955), che si è già confrontato in passato con il mondo immobile e silenzioso di Giorgio Morandi (nella mostra di Palazzo Reale ci sono infatti un film d’animazione e alcune carte del ciclo, intensamente morandiano, «Medicine Chest», 2001, ma anche durante la pandemia, nel 2021-2022, Kentridge si riavvicinò a Morandi con la serie di fotoincisioni «Eight Vessels»), qui mette in scena la videoinstallazione sonora «More Sweetly Play the Dance» (2015), insieme al progetto inedito «Remembering Morandi». Nella prima scorre un’incessante processione di «vinti», di profughi carichi dei fardelli più disparati che tuttavia, sotto la sua regìa, acquisiscono la solennità di un corteo regale. Insieme a questa, dando vita in tal modo a un’inedita installazione, Kentridge espone una sequenza di sculture in cartone in cui reinterpreta poeticamente gli oggetti feriali che ricorrono nelle «Nature morte» di Morandi esposte al piano nobile di Palazzo Citterio nelle collezioni Jesi e Vitali, che qui hanno trovato finalmente la loro sede ideale, manifestando così, in modo immediato, l’eredità formale e concettuale di Morandi distillata da Kentridge nella sua pratica espressiva. Una pratica espressiva, la sua, che trasforma il tempo, la memoria, il ritmo in materia visiva.
Intanto, dal 29 gennaio al 28 marzo la Galleria Lia Rumma presenta la personale «William Kentridge. Sharpen Your Philosophy», che con quella di Palazzo Citterio è strettamente connessa, non solo per il protagonista ma anche per la presenza, in galleria, di un disegno di Giorgio Morandi, insieme al disegno «Seven Kitchen Objects», omaggio dell’artista alle nature morte dell’artista bolognese. La mostra si sviluppa sui tre piani della galleria, riunendo opere recenti (disegni e stampe, diorama, sculture in alluminio e bronzo di grandi e medie dimensioni, video installazioni) in cui Kentridge esplora i temi che gli sono cari dello sradicamento, dell’impermanenza, dell’identità.
All’ingresso va in scena un insieme di lavori che evocano la fuga, nel 1941 di André Breton, il padre del Surrealismo, dell’antropologo Claude Lévy-Strauss, del pittore Wifredo Lam e di altri esuli dalla Francia ormai nazificata verso l’America, evocata dalla videoinstallazione «To Cross One More Sea», che mostra un simbolico vascello che naviga su abissi angosciosi. Insieme, esposte a parete, le maschere indossate dai performer del suo recente lavoro teatrale «The Great Yes The Great No» (dal poeta greco Konstantinos Kavafis) e le sculture di «The Great Procession», introdotte dall’opera che dà il titolo alla mostra: un paravento che rinvia al viaggio tormentoso verso l’ignoto dei migranti e degli esuli. Al piano superiore ancora sculture e altre opere, tra cui i disegni originali dell’impressionante progetto «Triumphs and Laments», composto da Kentridge nel 2016 lungo il Tevere a Roma e ormai (così com’era progettato dall’artista) quasi cancellate dal tempo e dall’inquinamento. Al terzo piano, infine, il video «Fugitive Words» (2024), con le mani dell’artista che sfogliano un suo taccuino su cui affiorano forme fuggevoli e disegni effimeri.