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Elena Franzoia
Leggi i suoi articoli«Ancora oggi, l’arte di Félicien Rops ha il potere di attirare il pubblico fuori dalla propria comfort zone. In un’epoca in cui siamo costantemente bombardati dalle immagini sessualizzate veicolate da pubblicità e social media, sarebbe facile pensare che siamo diventati insensibili a qualsiasi forma di scandaloso erotismo. Tuttavia, di fronte all’approccio frivolo, spensierato e a volte abissale di Rops, anche gli spettatori di oggi spesso ammutoliscono, che si tratti di una donna nuda legata a una croce, un’audace parigina che porta a spasso il suo maiale o un’Eva intrappolata da un serpente fallico». Così scrive Ann Demeester, direttrice della Kunsthaus Zürich, nella sua introduzione al corposo catalogo (Hirmer Verlag ed.) che accompagna la mostra «Félicien Rops. Laboratorio di lussuria», organizzata dal 6 marzo al 31 maggio dall’istituzione svizzera in collaborazione con la Biblioteca Reale del Belgio (Kbr). A curarla sono Jonas Beyer della Kunsthaus e Daan van Heesch della Kbr, che hanno selezionato circa 70 opere di cui circa 50 provengono dalla stessa KBR e le altre da istituzioni come il Musée Félicien Rops di Namur, città natale dell’artista, e i parigini Musée Marmottan Monet e Musée d’Orsay.
Figlio unico di un agiato mercante di tessuti e in seguito marito di una ricca esponente dell’alta borghesia belga, Rops non ebbe mai problemi di denaro. Ciò spiega in parte la sua spregiudicatezza nell’accostare all’attività di caricaturista e illustratore un’arte «privata» innervata di un erotismo estremo, spesso diabolico e crudele, che molto piacque all’aristocratica nicchia di intellettuali parigini che si muoveva tra Decadentismo e Simbolismo. Una delle sue opere più celebri esposte in mostra, «La tentazione di sant’Antonio» della Kbr, ottenne ad esempio grande e scandalosa fama dall’interpretazione che ne diede Sigmund Freud. «Rops credeva che l’arte non dovesse essere democratica o sociale, ma piuttosto qualcosa da condividere e indagare solo con una cerchia ristretta di spiriti affini o di consapevoli iniziati, scrive van Heesch. Rops si definì strategicamente come artista “esclusivo”, che operava fuori dal mondo dell’arte istituzionale e dal sistema dei mercanti-critici. Questa modalità di circolazione controllata e di visione riservata contribuì non solo alla creazione del suo mito, ma è anche fondamentale per comprendere la genesi e la ricezione delle sue opere più emblematiche: “La tentazione di sant’Antonio” e “Cent légers croquis”, entrambe del 1878”».
Così, se da un lato Rops si ritagliò la fama di «fiore più tossico del Simbolismo», «rovina della borghesia», «enfant terrible», dall’altra riscosse l’ammirazione di colti letterati come Charles Baudelaire, Joris-Karl Huysmans, Barbey d’Aurevilly, Stéphane Mallarmé e Paul Verlaine, che lo scelsero per illustrare le proprie opere. «A un artista dovrebbe importare poco se qualcosa viene capito, tranne forse da pochissimi!», sosteneva infatti provocatoriamente l’artista. «E che piacere praticare questo “druidismo”, essere il proprio sommo sacerdote ermetico!». Particolare attenzione viene anche dedicata in mostra all’importanza dell’arte di Rops per la comprensione delle relazioni di genere a cavallo tra XIX e XX secolo. Il riferimento è soprattutto alle celebri «Ropsiennes», le femmes fatales del demi-monde parigino, all’origine di un misto tra attrazione e orrore così eversivo che le opere più provocatorie dell’artista vengono tuttora mostrate nelle collezioni pubbliche solo su richiesta. «La demonizzazione di un erotismo che non può più essere chiaramente attribuito né al bene né al male mette a fuoco un’idea moderna: che la purezza divina e la lussuria satanica siano reciprocamente dipendenti, scrive Elisabeth Bronfen. Rops ha esplorato instancabilmente questa oscura intersezione».
Félicien Rops, «La Tentazione di Sant’Antonio», 1878, Bruxelles, Biblioteca Reale del Belgio (Kbr)